La guerra del Bar Magenta per ripulire la zona

Ce la faranno i nostri combattenti del bar Magenta a mettere qualche pianta e a risistemare l'area intorno allo storico locale prima dell'inizio di Expo? Protetto nell'ombelico della città fin dal 1907, il Magenta è il canonico caffè stile Europa primo '900: tavolini e mezze pareti in legno, raffinatezza di classe con quel tanto di degagè che si conviene all'impeccabilità per non essere provinciale. E ti puoi sedere a scrivere una poesia, a discutere di business o a festeggiare la tua laurea, cercando di leggere la storia passata di Milano tra le venature del marmo verde del pavimento, dove il nome del bar è scritto in lettere d'ottone liberty.

«Ci sto ancora sperando. Se ci danno il permesso, in venti giorni riusciamo a dare un aspetto decoroso a questo posto, dove quando piove le signore non devono guadare pozzanghere ma laghi. I lavori saranno tutti a spese nostre» commenta Paolo Marchesi, uno dei soci della proprietà del Magenta. Ha vinto la battaglia sui tavolini ma sta ancora attendendo una risposta del Tar in merito alla questione delle seggiole messe fuori in passato senza autorizzazione dopo un lungo braccio di ferro con l'amministrazione.

«A questo punto è una questione d'onore - rincalza Filippo Daniele Jarach, capogruppo di Forza Italia in Zona 1 -. Il 21 maggio 2013 portai in consiglio di zona una delibera affinché l'area Carducci - Magenta - Buttinone fosse riqualificata, delibera che fu approvata all'unanimità. A palazzo Marino si è perduta nelle sabbie mobili. L'altro giorno ho presentato un'interrogazione con la delibera allegata per portare a termine una storia che ha dell'incredibile. Persino il presidente di Zona mi ha dato ragione. Intanto altri bar della città, inspiegabilmente, hanno gia portato a termine quello che il Magenta non ha potuto neppure iniziare».

La vicenda va avanti da più di quattro anni secondo il racconto di Paolo Marchesi. Acquistato il Magenta una decina di anni fa, nel 2011 ha iniziato a raccogliere una serie di sponsor «tra cui una ditta di famosi orologi e una grande società di jeans» per fare intorno al locale - storia di Milano un'area pedonale di prestigio. «Per il Comune costo zero, ovviamente. Nel frattempo ho aperto un altro esercizio in piazza Gae Aulenti, ho visto tanti altri bar della città cambiare aspetto, ma il Magenta è rimasto uguale. Il progetto è fermo».

Questioni politiche? Non si può mettere la mano sul fuoco. Rallentamenti e vari intoppi burocratici? Su questo non vi è dubbio, ma perché scattano per il Magenta e non per altri? Intanto ai tavolini sul marciapiedi sgangherato una signora col cane sorseggia un caffè, due uomini discutono d'affari e un gruppo di ragazzi canta la storica canzone della laurea raggiunta: «Dottore, dottore, dottore del b...». E' vivo il Magenta e porta vita in una strada che, nonostante tutto, resiste in un centro storico minato, considerati il silenzio, l'abbandono e il brunire piombato su via Meravigli, che pare spazzata via dai fantasmi.