Guerra dei marchi, Hermès batte Budel

La pelletteria milanese High Class non potrà più utilizzare la «H»

Da una parte Hermès, colosso mondiale dell'eleganza; dall'altra un imprenditore milanese di 50 anni, Claudio Budel partito da un laboratorio di pelletteria sui Navigli e arrivato in poco tempo ad aprire negozi fino a Tokyo ed Honolulu, e che a Milano affaccia tre vetrine su corso Magenta. In mezzo, contesa tra il colosso e il self made man, la «H»: che è il marchio e l'iniziale di Hermes, ma anche della ditta di Budel, «High Class». Almeno fino a pochi giorni fa, quando la Corte d'appello di Milano - ribaltando una sentenza del tribunale - ha stabilito che la «H» appartiene solo al gigante francese. Gli articoli prodotti da Budel col marchio «H» saranno confiscati.
Lo scontro si trascinava da anni: nel 2004 il giudice Aurelio Barazzetta aveva assolto Budel stabilendo che nessuno può appropriarsi della «H» brevettandola. Ma i giudici d'appello hanno stabilito che quando un marchio raggiunge la celebrità di Hermes («che oltre a essere registrato è arcinoto a tutti») non si può riprodurlo senza incorrere nel reato di contraffazione. Messe a confronto le borsette prodotte dai due litiganti, «è apparsa evidente la pedissequa riproduzione da parte degli imputati del marchio H sia come simbolo alfabetico che come carattere grafico». Budel non viene condannato perché il reato è prescritto: ma dovrà trovare un marchio nuovo.