Hindi Zahra canta il Marocco dei berberi

Stasera ai Giardini della Triennale il recital della «Patti Smith del Sahara»

Chissà se stasera ai Giardini della Triennale, rivolgerà un pensiero a Silya, all'anagrafe Salima Ziani, la 23enne cantante e attrice di origine berbera, protagonista di uno sciopero della fame per protestare contro la detenzione in carcere, dove è finita chiedendo più diritti e piani di sviluppo per la sua terra, il Rif, la regione montuosa più a nord del Marocco al confine con l'Algeria.

L'ipotesi è tutt'altro che campata in aria, considerando che l'ospite di serata del festival «Tri.P» (ore 21, intesso 25 euro), la cantautrice e compositrice marocchina Hindi Zahra, 38 anni, la nuova aspirante star della world music contemporanea, è anch'essa di etnia berbera.

Certo, Hindi Zahra viene da un'altra regione - da Khourigba, la città mineraria capitale del fosfato, ai margini del deserto a 120 chilometri a sud di Casablanca -, ed è riuscita ad imporsi all'attenzione dei media occidentali solo dopo aver lasciato la madrepatria alla volta di Parigi, dove è approdata sulla scia di un padre militare e di discendenza tuareg, ma pare altamente improbabile che sia rimasta indifferente all'arresto choc della più giovane collega che canta solo ed esclusivamente in lingua amazigh e combatte sul campo per il suo popolo.

«La mia musica è difficile da incasellare, qualcuno dice jazz, qualcuno blues, qualcuno etnica. Io concepisco un disco più come un libro, con una storia che ti porta da qualche parte e non importa dove», ha dichiarato di recente l'affascinante «Patti Smith del deserto» che mescola pop, jazz, folk, blues ancestrale con testi prevalentemente in inglese, con qualche parte in francese e berbero, e che a 18 anni spuntò un piccolo lavoretto precario per qualche tempo anche al Louvre.

Stasera concentrerà il proprio set live sui due album realizzati, dal recente Homeland, frutto di una full immersion nel sud del Marocco, un viaggio tra il deserto, le montagne e l'oceano come espressione del movimento della vita e della sua potenza: «Per me è stata una vera discesa nella solitudine, per metabolizzare una storia e raccontarla», ha spiegato. La storia è quella di una donna «che sceglie la sua forma d'espressione più emozionale, istintiva e animalesca».

Composto partendo dalla voce e dalle percussioni, com'è stato per le musiche ancestrali che avevano come strumento primario il tamburo, Hindi Zahra, attrice in due lungometraggi il tedesco Il padre, diretto da Fatih Akin (sul genocidio degli armeni) e Itar el layl della regista iracheno-marocchina Tala Hadid (sulla ricerca di un fratello scomparso che dal Marocco porta all'Iraq) -, ha collaborato con il chitarrista rock-tuareg del Niger Bombino e il percussionista brasiliano Zé Luis Nascimento.