"Ho viaggiato fin qui amo Leopardi e farò l'ingegnere"

Da una scuola di Cinisello trenta storie di ragazzi immigrati "che ce l'hanno fatta"

Olesia è una diciannovenne ucraina. La coetanea Valeria viene dalla Russia. Jeona Maria, due anni meno, è filippina, Ruth peruviana, Shaima ha nostalgia dell'Egitto. Paesi distanti, paesaggi e climi diversi, ricordi lontani e sbiaditi, nonni, parenti e amici d'infanzia «scomparsi come sassi sepolti dalla polvere portata dal vento», scrive Miao Zuo, adolescente che arriva da un paesino nel cuore della Cina. Le loro storie, insieme a quelle di altri 25 teenager migranti (quasi tutte ragazze, solo 3 i maschi), sono raccolte nel libro «Ho viaggiato fin qui», curato da Cristiana Ceci e Francesco Iarrera (Erickson, 168 pagine, 16,50 euro). Chiamiamolo destino, forse caso, senz'altro non scelta: fatto sta che, a un certo punto del viaggio, il filo delle loro vite li ha portati in Italia, e si è annodato ai banchi di una scuola dell'hinterland milanese, l'Istituto Montale di Cinisello Balsamo. Qui, in 31 hanno accettato di raccontarsi in un diario a più voci fra memorie e speranze, paradisi e inferni, percorsi tortuosi e impervi, felicità improvvise e delusioni cocenti, nuovi incontri e lacerazioni strazianti, odissee di disperazioni e approdi. Il copione è simile, ma le parole, i volti, i colori sempre diversi. Si inizia con un distacco: i genitori partono per cercare fortuna lasciando i bimbi piccoli a casa con nonni o zii. Anni dopo, il ritorno di mamma e papà, che stavolta portano i figli con loro. E' un secondo incontro, con genitori ormai semisconosciuti, e un secondo lacerante distacco, dal paese d'origine. Così questi ragazzi, ormai adolescenti, ripartono da capo. Ed è proprio a scuola che stringono nuove amicizie, iniziano a frequentare ambienti e persone del Belpaese e intraprendono un cammino, mai semplice, di conoscenza reciproca. Impossibile non pensare che, in fondo, la realtà è più forte di ogni luogo comune sull'integrazione, e dove finisce il dibattito inizia la quotidianità della vita vera, in cui «le civiltà si nutrono dei detriti del passato e ricompongono i frammenti delle vecchie guerre», nota Eraldo Affinati presentando il volume. Per alcuni è stata una catarsi, unita al piacere della scrittura -una volta tanto senza voto!-, per altri un rincorrere parole e sensazioni sfuggenti. La lingua spesso non aiuta: molti confessano di sognare ancora nel linguaggio materno.

Alcuni si sentono «rondini che migrano verso luoghi più favorevoli», è la bella immagine di Elena, 18enne rumena. Altri pensano di aver trovato il «nido» da dove spiccare il volo e realizzare i sogni nel cassetto: amano lasagne e pizza, ascoltano la Pausini e tifano la Pellegrini, apprezzano i musei, vogliono diventare insegnanti, interpreti, dirigenti, hostess, tour operator, attori, designer, sognano storie d'amore. Con risvolti che non ti aspetti: la predilezione di Maila per le «Novelle» di Giovanni Verga, l'interesse di Nadine per Ramon Llull, filosofo e mistico medievale, la passione di Kamil per l'Orlando raccontato da Calvino, i «Canti» leopardiani amati dalla giovanissima Yazmin.