«I 110 anni del Centrale sono stati un sogno e una scommessa vinta»

Il primo multisala d'Italia festeggia oggi un traguardo costruito con amore e passione

Stefano Giani

La dolce beffa del memorabile è che spesso non ha data. Suggestiva legge non scritta a cui non si sottrae nemmeno il Centrale, nato in un giorno imprecisato di un mese imprecisato. Ma di un anno definito. Era il 1907. E la Settima Arte era nata da un decennio o poco più. A Milano esordì nel marzo 1896, a Parigi - in boulevard des Capucins - nel dicembre precedente. Si chiamava Mondial perché di Centrale ce n'era già uno. Solo dal '42 ha ereditato il nome che porta tuttora. È stato il primo multisala d'Italia e dell'intero pianeta, oggi che la moltiplicazione delle sale in un unico locale è moda collaudata. Insomma è stato un pioniere. E festeggia 110 anni, per la metà dei quali sotto il controllo protettivo della famiglia Massirone. E di Alberto, che aveva sedici anni nel '62, quando papà comprò il cinema.

Che cosa l'ha spinta a lottare per più di mezzo secolo in nome del Centrale.

«È stato un atto di amore. Non ho mai voluto che scomparisse un pezzo di storia importante di Milano. Ho speso energie, oltre al denaro, ma ne è valsa la pena. E dal 2011 siamo una bottega storica con tanto di targa consegnata dalla Moratti».

Sogni o sacrifici. Che cosa ha pesato di più.

«I sogni hanno aiutato ad affrontare i sacrifici. Erano gli anni Sessanta, i migliori della nostra vita, come cantava qualcuno. E il cinema non era il locale un po' d'elite e di nicchia come rischia di essere oggi. Eravamo sognatori».

Poi il pubblico è cambiato.

«Radicalmente. All'epoca ci andavano tutti, perfino gli analfabeti o i semi-analfabeti. Il XXI secolo ha selezionato la platea. Abbiamo i cinefili. Quelli che odiano lo streaming e Netflix e poco si interessano dei dvd in vendita già un mese dopo la programmazione».

Quanti sono i milanesi che vanno al cinema?

«Cifre esatte è difficile darne, ma l'ordine di grandezza viaggia leggermente sopra i 40mila al mese».

E garantiscono la sussistenza di locali storici come il Centrale.

«Bisogna battersi senza arrendersi. Ma se in via Torino cinquant'anni fa c'erano molti cinema e ora ce ne sono due tra cui il Centrale, vuol dire che abbiamo vinto la scommessa».

Qual è il segreto del successo contro catene e colossi.

«In primo luogo la dimensione di umanità. Conosciamo quasi tutti i nostri clienti. E, quando vengono, si trovano in famiglia. C'è sempre un sorriso e il tempo per un saluto con tutti. E dei dipendenti non ho mai licenziato nessuno. Mai».

Oltre alla solidarietà.

«Il caffè e il biglietto sospeso. Chi vuole può lasciare un'offerta per donare un film a chi non può permetterselo».

E sotto l'aspetto della programmazione.

«Il più difficile. I piccoli non hanno santi in paradiso, come si dice. Per mettere insieme film di livello, occorre infinita pazienza e tanta volontà. A volte mandando giù anche qualche boccone indigeribile».

Il pubblico però ha più simpatia per voi che per le «major».

«Proprio questo ci spinge a restare in trincea. Affrontare le difficoltà. Mi è stato proposto di vendere i locali. Avrebbero cancellato il cinema, ma io non ho mai accettato. E ora il Centrale compie 110 anni».

E se ne promette altrettanti nel suo domani.

«Abbiamo forze fresche. Sono il nostro futuro e la nostra linfa. Si chiamano Claudio, Sara e Luca. La cerimonia di oggi pomeriggio è un ideale passaggio del testimone. Sono pronti a prendere le redini quando sarà il momento. Il più tardi possibile, però. Ho settant'anni ed è presto per la pensione. Continuo a fare il medico con la malattia del cinema. E non voglio... guarire».