I dannati di Opera e la parabola del Vangelo

I detenuti di massima sicurezza mettono in scena il musical ispirato al "Figliol prodigo"

Nel crudo gergo carcerario li chiamano «AS3»: è il terzo gradino dell'alta sorveglianza, la classifica che al primo posto ospita i sepolti vivi del 41bis, il trattamento che punta a deprivare di qualunque relazione con il mondo. Ma anche per essere classificati «AS3» bisogna essere considerati pericolo estremo ed attuale per la sicurezza dello Stato. Il trattamento carcerario è conseguentemente rigido. Due obiettivi: impedire che scappino, impedire che dall'interno della prigione continuino a comandare.

Poi, però, nella grande sala del carcere di Opera si spengono le luci. Sbarre ci sono anche sul palcoscenico: ma sono le sbarre effimere della finzione, pronte a dissolversi e a ricomporsi sotto i giochi di luce. E sul palco appaiono loro, i detenuti dell'AS3 che hanno scelto di mettersi in discussione in quella forma di psicanalisi collettiva che è il teatro. Si chiama Il figliol prodigo, ed è la trasposizione in forma di musical della parabola del Vangelo di Luca. Ma inevitabilmente il contesto cambia tutto. E il tema della devianza e del recupero fa prepotentemente irruzione sulla ribalta, negli scenari mediorientali della parabola.

Di teatro in carcere se ne fa molto: Cesare deve morire dei fratelli Taviani racconta bene l'intreccio tra vissuto e finzione, e poche settimane fa al Piccolo è andato in scena un ammirevole Sogno di una notte di mezza estate dei ragazzi del Beccaria. Ma qui, a Opera, siamo nei lembi estremi del problema: sulla soglia di quell'universo che la società considera irrecuperabile. Essere AS3 qui vuol dire essere considerato uomo della criminalità organizzata: e perciò stesso, nella percezione dell'uomo qualunque, contrapposto senza margini di trattativa alla gente perbene. Ed è su questo terreno che si muove Eventi di Valore, l'ente che da anni ha portato il teatro nei reparti di massima di sicurezza del grande carcere in fondo a via Ripamonti.

San Vittore è malconcio e sovraffollato, ma a suo modo vitale; entrare a Opera, infilarsi nei suoi tunnel senza una crepa e tirati a lustro, è una esperienza angosciante. L'espressione «sepolti vivi», qui, non è un modo di dire. E solo gli uomini che per quasi due ore si avvicendano sul palco, cantando, ridendo e piangendo sanno quanto di questo sprazzo di libertà si riporteranno in cella a mezzanotte, quando il pubblico lascerà il carcere e sciamerà fuori, nella notte tiepida dei liberi.

Ci hanno lavorato in tanti, a partire da Isabeau, ovvero Isabella Biffi, che ne è anche la regista; e compreso Fabio Perversi dei Matia Bazar, che ha scritto una parte delle musiche. Le parti femminili sono affidate a giovani e belle ragazze venute da fuori, perché Opera è un carcere solo di maschi. I veri protagonisti sono loro, i condannati: ma senza nome in locandina.

Venerdì prossimo si replica all'esterno, al teatro comunale di Limbiate.