I film che hanno fatto storia mettendo Milano nel cast

Viaggio fra le pellicole più famose che hanno immortalato strade e piazze sparite e prati su cui è cresciuta la metropoli

In fondo è sempre stata una questione di provenienza. Orgoglio e campanilismo spuntavano candidi ai piedi di una Madonnina che, di accenti, ne ha sentiti di ogni timbro nella culla del multiculturalismo ruspante. Nazionale prima. Internazionale poi. Il cinema ne è un riflesso. Perché la curiosità è che, sul grande schermo, Milano l'hanno portata qualche milanese e un'infinità di forestieri. E questa città mai li ha considerati veramente tali. Pur prendendoli spesso in giro.

Li ha fatti innamorare. Disperare. Sospirare. E sperare. Ma si è concessa come complice del loro sogno in celluloide. Vittorio De Sica, laziale di Sora, l'ha ritratta in Miracolo a Milano . Dal centro alla perfieria. L'orfanotrofio da cui esce il piccolo Totò in via Conca del Naviglio e la dolce Edvige che rincorre la sua carrozza in viale Elvezia per restituirgli la colomba miracolosa. Fino alla marginalità di un funerale con un solo parente. Sul ciglio di una Martesana sparita, in via Melchiorre Gioia. In un accampamento di disperati a Città Studi, in via Valvassori Peroni. Davanti a una casa sul viale che porta alla certosa di Garegnano. In un inseguimento a un ladro fino al cinema Abc. Aprì nel '49 in fondo a viale Monza e trent'anni dopo si convertì al «progresso». Le luci erano diventate rosse, come le guance di vergogna di certi passanti. Nell'83 un incendio uccise sei persone e ne ferì 30. Il cinema chiuse per sempre. Poi quelle scope volanti sul Duomo. Il miracolo. O forse il sogno.

Come quello di trovare un amore, tema che attorciglia film e autori. Lo stesso De Sica, nel '32, ci venne con il «romano de Roma» Mario Camerini. Ne Gli uomoni che mascalzoni... si era invaghito di Mariuccia e l'aveva portata ad Arona in gita. Le fece ballare una canzone che sarebbe divenuta storia. Parlami d'amore Mariù . La rincorse in piazza Oberdan. Si arrabbiò con lei alla Campionaria. Perché aveva tentato di ingelosirlo. Poi la sposò.

E per amore ci erano venuti Totò Peppino e la... malafemmina . Il principe inseguiva il nipote che al nord inseguiva le gambe di una ballerina. Il triestino Teddy Reno era l'ingenuo, ricercato dagli zii napoletani che all'improvviso - in piazza Duomo - persero la bussola. E si rivolsero a un ghisa : «Noyo volevàn savoir... l'indiriss, ja». E allo sconcerto dell'altro, replicarono: «Complimenti! Parla italiano. Bravo». Senza riuscire tuttavia a farsi capire: «Noi vogliamo sapere, per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare. Sa, è una semplice informazione...».

E, sempre da Napoli, veniva Eduardo che, al momento di tornare a Posillipo, prende il taxi in piazza XXIV Maggio ma s'invaghisce di Irma e fugge con lei in via Ludovico il Moro. Un po' come Peppino Biancaneve, l'ex «Pappagone» Peppino De Filippo, immigrato che perde la testa per la figlia di un gioielliere. In Biancaneve e i sette ladri (1949) s'improvvisa eroe per sventare un furto nell'oreficeria del futuro suocero. Milano è deserta. È Ferragosto. Ma in viale Certosa rischia lo scontro con l'unica altra macchina in città, proveniente da una via Plana che oggi ha invertito il senso. Non è giornata da miracoli però. E Peppino s'imbatte in un vigile sospettoso che lo trascina al comando in via Melzi d'Eril.

È malavita seria quella del romanissimo Carlo Lizzani. Nel '68 la mala a tarallucci e vino non esiste più. Ci sono assassini veri. E mettono paura. La banda Cavallero è protagonista di Banditi a Milano . Prima la rapina in largo Zandonai, poi la fuga lungo un Portello irriconoscibile. Con gli stabilimenti dell'Alfa che facevano mostra su viale Serra. E l'incidente con la cattura in piazza dei Volontari al Sempione. La cronaca sbarca al cinema anche grazie al piacentino Marco Bellocchio con Sbatti il mostro in prima pagina (1972) ispirato al sequestro di una studentessa che ricorda il caso di Milena Sutter e ambientato nella redazione de L'Unità , dove il milanese e sinistrorso Gian Maria Volonté era redattore capo de Il Giornale . Nulla a che spartire con Montanelli che avrebbe dato corpo e piombo alla scissione dal Corriere due anni dopo.

Ma il filone si trascina nel tempo. Tra poliziotteschi con sangue a fiumi e proiettili come se piovesse. Milano odia: la polizia non può sparare (1974) del toscano Umberto Lenzi fece correre il cubano Tomàs Miliàn in via Palmanova e al Palazzo dello Sport. E il milanese Giorgio Stegani girò Milano: il clan dei calabresi (1975) a Porta Garibaldi.

Perché non sempre è vero che nemo è propheta in patria . E allora torre Velasca svetta ne Il vedovo di Dino Risi che a Porta Nuova ha girato anche Sessomatto . Mentre Renato Pozzetto e Piero Mazzarella fanno uno spuntino sulle terrazze del Duomo in Un povero ricco al fianco dell'ex «Gufo» Nanni Svampa. Adriano Celentano si concede un pranzo al Savini ne Il bisbetico domato e Maurizio Nichetti trasporta Milano in Ladri di saponette e sul Monte Stella fa salire «quelli di Grock» e Angela Finocchiaro in Ratataplan . La coppia Celentano-Pozzetto è protagonista anche di Ecco noi per esempio tra le Varesine e via Salomone. Aldo, unico «terrone» del trio con Giovanni e Giacomo, hanno ambientato in città Tu la conosci Claudia? e Chiedimi se sono felice , mentre La banda dei Babbi Natale è stata girata in via Mecenate.

Ma a Luchino Visconti Milano deve la sua stella cinematografica. Rocco e i suoi fratelli (1960) l'attraversa tutta. Al Cimiano dove Simone Parondi confessa d'aver ucciso Nadia. A Città Studi dove trova alloggio la famiglia Parondi appena arrivata. In viale Bligny dove Simone si prostituisce al cinema Principe, che poi divenne La Fenice, si diede alle luci rosse e ha chiuso nel '96. In via Gattamelata dove ha luogo il diverbio fra Ciro e Simone, fuori dagli ex stabilimenti Alfa. E in viale Monte Ceneri dove arriva la soffiata a Simone che la fidanzata se la fa con suo fratello Rocco. Altri tempi. Altro cinema. Altra città.