I «golden boy» di Forza Italia tirano la volata a Di Stefano

I sindaci azzurri sponsor del candidato dei moderati Campagna tesa, tagliate le gomme a esponente civico

Chiara Campo

Foto di gruppo. C'è Giacomo Massa, il «golden boy» riconfermato al primo turno sindaco di Gottolengo, piccolo Comune del bresciano, con l'85% dei voti (quasi un plebiscito). O Graziano Musella, che nel 2014 si è guadagnato il sesto mandato, governa Assago ininterrottamente da trentadue anni e «scriverà un manuale su come si fa a vincere le elezioni» scherza la coordinatrice regionale di Forza Italia Mariastella Gelmini presentando la «vetrina del buongoverno azzurro». Sindaci e consiglieri lombardi di Fi - da Alberto Villa primo cittadino di Pessano con Bornago a Marco Alparone di Paderno Dugnano al capogruppo milanese Gianluca Comazzi - si sono riuniti ieri mattina a Sesto San Giovanni per tirare la volata a Roberto Di Stefano che al ballottaggio può compiere un'impresa: non soltanto battere la sindaca uscente del Pd Monica Chittò ma interrompere i 72 anni di governo della sinistra. La sfida parte quasi testa a testa, la Chittò ha raccolto il 30% dei voti al primo turno, Di Stefano il 26% e ha già siglato l'apparentamento con il civico Giampaolo Caponi che era riuscito a convogliare il 24% delle preferenze. Da solo vale quanto il Pd.

Una campagna elettorale ad alta tensione. Ora Caponi e i candidati della sua lista sono stati presi di mira dai militanti di sinistra, «domenica scorsa due esponenti sono state insultate e aggredite ai banchetti, ieri mattina Paolo Rosellini» che era candidato nella lista «Sesto nel Cuore», «ha scoperto due gomme dell'auto tagliate. Nelle settimane scorse gli avevano bloccato la serratura della macchina con la colla. Non si può neanche definire avversari politici persone vigliacche come queste - affonda Caponi -, è frutto di una campagna di una violenza senza precedenti». Alessandro Cattaneo, ex sindaco di Pavia e Responsabile formazione amministratori locali di Fi, lancia l'appello al voto per il centrodestra nei Comuni che domenica dalle 7 alle 23 vanno al ballottaggio ma sottolinea che «Sesto San Giovanni è l'emblema della battaglia», la roccaforte rossa da espugnare. Di Stefano ricorda che con la Chittò al 30% «la sinistra è scesa al minimo storico». Lui sta facendo una campagna porta a porta, andando a citofonare ai sestesi. La Gelmini invita a non disertare le urne, «abbiamo l'occasione per affermare il modello di buongoverno del centrodestra, aperto al civismo».

Caponi ribadisce le ragioni della sua scelta di campo, «la sinistra a Sesto ha fallito, non è stata capace di dialogare nè di rilanciare la città, le aree dismesse sono un macigno, la crisi ha prodotto una forte perdita di posti lavoro e valori che si è tradotta nell'astensione dal voto. La metà non si è recata ai seggi al primo turno. E la Chittò dopo il voto invece di fare un'autoanalisi seria si è arroccata sulle sue posizioni generando odio e divisione, comunque vada a finire domenica lei ne esce sconfitta».

Di Stefano raggiunge la leader di Fdi Giorgia Meloni in via Luini, davanti al cantiere di quella che rischia di diventare la più grande moschea del nord Italia: la sinistra difende il progetto, la Regione Lombardia lo ha dichiarato abusivo. «Gran parte del mio programma è dedicato alla sicurezza, una vera priorità per i sestesi, più telecamere e un nuovo commissariato di polizia» insiste il candidato. E la Meloni, accompagnata dai «colonnelli» del partito - da Ignazio e Romano La Russa a Viviana Beccalossi, Riccardo De Corato, Carlo Fidanza, Paola Frassinetti - ribadisce che il voto di domenica «è un referendum sul modo di amministrare la città, tra chi decide di realizzare una maxi moschea, finanziata da chi porta avanti idee fondamentaliste, e chi vuole aprire una nuova stazione di polizia». E «se il centrodestra vince a Sesto, è l'ennesimo avviso di sfratto a Matteo Renzi».