I maestri cantori alla Scala, un ritorno dopo 27 anni

L'unica opera di Wagner a lieto fine va in scena raramente: è la terza volta in oltre mezzo secolo

Il vincitore del contest musicale, si aggiudicherà una fanciulla, Eva. Ebbene sì. E la cosa che più inquieta è che il trofeo umano è messo a disposizione dallo stesso padre della ragazza, l'orefice Poigner. Siamo nella Norimberga del 1500, più precisamente, nella Chiesa di Santa Caterina: cuore pulsante dell'attività dei maestri cantori, corporazione di poeti e musicisti realmente esistita e prescelta come soggetto per l'omonima opera da Richard Wagner. I Maestri Cantori è l'unica opera di Wagner a lieto fine (Eva sposerà chi ama), l'unica ancorata alla storia, l'unica sprovvista di divinità, eroi e miti, senza dubbio la più umana. Un unicum.

I Maestri Cantori andranno in scena alla Scala - da giovedì al 5 aprile - diretti da un wagneriano di vaglia come Daniele Gatti che stamattina alle 11 riceverà ai Filodrammatici il premio Ubi «Milano per la musica», assegnato tra gli altri a Riccardo Chailly, Carlo Maria Giulini ed Ennio Morricone. Che questi stessi Maestri Cantori, ovvero con la regia di Harry Kupfer e scene di Hans Schavernoch, li diresse a Zurigo cinque anni fa, quindi a Salisburgo ma in altro allestimento. Il cast annovera alcuni fra i maggiori wagneriani, anzitutto Michael Volle nei panni del saggio ciabattino Sachs, quindi Markus Werbe, Michael Shade, mentre Eva è un debutto di ruolo per l'americana Jacquelyn Wagner (non inganni il cognome, nessuna parentela col compositore).

I Maestri non vengono eseguiti alla Scala dal 1990, così come la precedente esecuzione risale al 1962. Milano non ama i Maestri? Eppure fu proprio l'opera che segnò il debutto operistico di Toscanini alla Scala. «È un titolo che non può mancare nei cartelloni di un teatro. Bisogna tirare le orecchie ai sovrintendenti», dice Gatti che parla dei Maestri con il trasporto di chi è profondamente coinvolto da quel che sta facendo. La illustra come «un'opera di conversazione, da camera, con un'orchestra veramente piccola». Gli ottoni, per dire, che sempre irrobustiscono i lavori di Wagner, qui sono una timida presenza. Ne deriva «una certa trasparenza e leggerezza». La musica registra i moti dei suoi personaggi, ne racconta le relazioni dunque cambia continuamente umore, colore, densità, «ritrovi un po' di Haydn, Bach al punto che individui le stesse armonie dei suoi corali. Senti Haendel, quasi Mahler e Debussy. E non sono copie, ma profumi», aggiunge Gatti.

La regia, ripresa da Derek Gimpel, ricrea il profumo della Norimberga anni Cinquanta ma ben radicata nella sua storia. Per questo lo scenografo ricostruisce la chiesa gotica di Santa Caterina, ridotta in rovine dal bombardamento della seconda guerra mondiale, macerie tuttora presenti a Norimberga. La scenografia parte da lì, da «rovine che vengono rinnovate. La cattedrale ha lavori in corso, circondata da impalcature». La piazza brulica di gente. Perché I Maestri, spiega Gimpel, sono «un'opera che inizia e finisce con cori, ha per tema la collettività. È un'opera sulla comunità e società».

Spicca la figura di Sachs, campione di saggezza, sorta di alter ego di Wagner che invece nella vita tradì, fu maestro d'opportunismo e inaffidabilità. Il maestro cantore ciabattino è l'unico a cogliere e apprezzare all'istante la musicalità torrenziale di Walther, giovane cavaliere di Franconia che ama Eva dunque vuole vincere il concorso. Peccato difetti per tecnica e dunque inizialmente non passi il test, bocciato. La spunterà grazie alle strategie di Sachs. I Maestri squadernano un mondo di uomini. Sono solo due le donne, la nutrice, ed Eva: un personaggio irrisolto, un po' bimba, un po' adolescente, a tratti ingenua, capace di slanci d'amore a briglia sciolta e ritrosie. Del resto, quando mai l'opera è donna?