I negozi tradizionali chiudono, quelli stranieri cambiano di continuo

In fondo si staglia ancora la torre rossa della ex Carlo Erba, quella su cui a novembre 2010 salirono per protesta cinque operai. Ma l'occhio, in via Imbonati, cade prima su alcuni dei moderni edifici sorti al posto della vecchia fabbrica farmaceutica: colori accesi e brillanti, forme asimmetriche che sembra di essere a Berlino. Partono dalla traversa di via Bracco, si chiamano «Mac 5», «Mac 6» e «Mac 7». Dentro, spiega l'uomo alla reception con accento francese, sorriso gentile e fisico da bodyguard, ci sono gli uffici di Star, Axa Assicurazioni, Bruxelles Airlines, il gruppo editoriale Hearst. Architetture che attirano l'attenzione, ti distraggono dall'incredibile affollamento di negozi per la riparazione di cellulari. Ce ne sono persino più che in via Padova o viale Monza, come se qualcuno si fosse accordato per concentrarli qua. Hanno le insegne in arabo o in cinese, le nazionalità che gestiscono quasi tutti i negozi intorno: piccoli market, internet point, phone centre e money transfer, bar, kebabbari. Via Imbonati è così, un miscuglio continuo di vecchio e nuovo, ricco e povero. Le case popolari basse e cadenti e i nuovi palazzi, molto più alti, ancora neanche completamente abitati. I negozietti trasandati con dentro di tutto un po' e le strutture tirate a lucido del «villaggio fitness» Virgin (cui si accede con scale mobili) e del supermercato solo per animali. L'isola digitale con le auto elettriche del Comune e le saracinesche abbassate di chi ha chiuso. Come accanto al palazzo del civico 9, scalcinato e in ristrutturazione: «Era un negozio di abbigliamento gestito da cinesi, stranamente è rimasto aperto solo sette mesi. Ha preso il posto di un ristorante, sempre cinese. All'inizio vendeva un sacco di articoli, poi è andato svuotandosi» raccontano Valerio e Andrea Roveda, titolari della gioielleria subito prima, l'unica della zona, memoria storica di questa strada: era del padre, è lì da 35 anni. Più avanti un'altra saracinesca giù: «C'era un ristorante sudamericano, e prima ancora una lavanderia» dice Gabriele Baravalle, dell'edicola accanto. «Pare vogliano farci una pasticceria, ma al momento è tutto fermo». Lamenta il degrado, Baravalle, accusa le forze dell'ordine che «hanno il comando qui vicino ma non si addentrano mai in questa strada, dove si spaccia anche di giorno e molti parcheggiano dove non si può». Dice che la zona è peggiorata, ma che almeno questi nuovi palazzi sono meglio della fabbrica chiusa. Via Imbonati è un limbo: il tram dal centro si ferma in piazza Maciachini, segnando un confine. Chi vuole proseguire verso Dergano, l'ex cittadella industriale, prende il bus 70. Vedi donne col velo e i passeggini e ragazze con il tacco e la borsa firmata che escono dai nuovi uffici. A metà strada il solito angolo con i distributori automatici di bevande e snack: il tratto distintivo di quelle zone che, alla fine, non capisci mai bene se siano centro o periferia.

Twitter @giulianadevivo

Commenti

FRANZJOSEFF

Gio, 05/03/2015 - 17:37

MA NON E' QUESTO CHE VOLEVA LA SINISTRA?

risorgimento2015

Ven, 06/03/2015 - 15:02

Italiani,milanesi,dovete cominciare una guerriglia civile .Non andate nei ristoranti,negozzi,bancarelle,degli stanieri,a comprare la "loro scifezza." che vi fara` pure male."FORZA eONORE"