«I nostri 16 giri del mondo per portare Expo a Milano»

In un libro i ricordi della squadra voluta dalla Moratti Da Haiti a Washington, la folle corsa per battere Smirne

«Oggi non dormo più in albergo». Il motivo è chiaro. «Per venti mesi ho visitato più di ottanta Paesi, percorso cinquecentomila chilometri, equivalenti a sedici volte il giro del mondo. Sono atterrato con un biplano su un'isola sperduta nell'Oceano Pacifico, ho passeggiato per le strade di Monrovia e cenato nell'ambasciata di Washington; ho dormito su aerei, taxi, ho fotografato tribù di indigeni e conosciuto dittatori che le volevano eliminare». Non da solo, in quella corsa sfrenata negli angoli del mondo che portò la squadra voluta da Letizia Moratti a raccogliere uno per uno quegli 86 voti (contro i 65 di Smirne) che nella notte del 31 marzo 2008 a Parigi portarono Milano a vincere, contro le previsioni, l'Expo del 2015. E oggi Gaetano Castellini Curiel, che per il Comune aveva le deleghe a quella campagna, manda in libreria per i tipi di Indiana La candidatura. Expo: la vera storia di un successo italiano a raccontare quella febbre divisa con Paolo Glisenti, l'ambasciatore Claudio Moreno, il responsabile delle Relazioni internazionali del Comune Andrea Vento, Filippo De Bortoli, Roberto Pesenti e tanti altri come Roberto Schmid, l'ex rettore dell'università di Pavia a presiedere il Comitato scientifico o il sottosegretario Bobo Craxi.

Pagine da leggere oggi che a solo tre settimane dall'inaugurazione più che di uomini si parla solo di padiglioni in ritardo, strade che non arriveranno, metropolitane che non partono e appalti che il presidente dell'Autorità anticorruzione Raffaele Cantone denuncia essere troppo lievitati. Dimenticando l'Uomo vitruviano di Leonardo che proprio loro scelsero come simbolo. «Ho stretto la mano a capi di Stato, affaristi, sottosegretari, generali, ministri, lobbisti, imprenditori». Una intricatissima tela di relazioni tessuta con pazienza con i ritmi di lavoro forsennati dettati (e pretesi) dalla Moratti. Come quella missione che prevedeva dodici Paesi in sette giorni. E non dodici Paesi qualunque: Venezuela, Guyana, Suriname, Grenada, Dominica, St Vincent e Grenadine, Trinidad e Tobago, St Kitts e Nevis, Antigua e Barbuda, Bahamas, Barbados e Haiti. La volta sbagliata per perdere la valigia («In quel momento stava ruotando sul nastro bagagli dell'Aeroporto internazionale di Santiago del Cile»). Una guerra diplomatica disegnata con rigore. E magari mandata all'aria dal presidente di Haiti che voleva una maglietta del Milan autografata da Kakà o dal delegato delle Barbados che pregò per quella di Xavier Zanetti. Tanti viaggi che diventano anche l'occasione per ripensare «all'undicesimo compleanno di quel bambino vestito con un paio di bermuda e una Lacoste bianca».

Ma quello chiesto dalla Moratti fu uno straordinario lavoro di cooperazione internazionale che Milano ha portato negli angoli più poveri del mondo per dare un senso a quel «Nutrire il Pianeta, energia per la vita». Boe frangiflutti per Antigua a difesa della barriera corallina, progetti per l'alimentazione sicura nella Repubblica Dominicana o i micro-jardin in Senegal. L'elettricità in Mali, il pronto soccorso in Ghana o la lotta all'Aids dell'ospedale Sacco in Guinea. Dove, racconta Castellini, gli stregoni dicono agli infettati che la cura sono «rapporti sessuali con ragazze vergini». Anche (o forse soprattutto) questa è l'Expo.