I "pulcini" della Scala cantano per i bimbi

Il Coro delle voci bianche tra Orff e Copland Gioele Dix spiega i brani a grandi e piccini

Pier Anna Franini

Quest'oggi, dalle ore 15, la Scala sarà sommersa da una marea di bimbi: dal palcoscenico ai palchi, gallerie e platea. Spettatori ed artisti. Ad andare in scena è il Coro di voci bianche dell'Accademia della Scala impegnato in pagine di Orff, Martinu, Holst e Copland. A Gioele Dix il compito di spiegare i brani ai ragazzi, lui che è attore, comico, autore e regista. Assai eclettico, Dix. Una delle punte di Zelig, ma anche impegnato nel «Malato immaginario» di Molière. Nel libro «Quando tutto questo sarà finito» ha raccontato la storia della sua famiglia perseguitata dalle leggi razziali.

Il direttore è Bruno Casoni, l'anima della coralità - adulta e in erba - scaligera. A differenza del direttore d'orchestra quello di un coro lavora quotidianamente, ha un ruolo centrale, ma il dì dello spettacolo scompare dietro le quinte. Spunta solo per gli applausi di congedo. Casoni è figura presentissima alla Scala, è lui che lavora con gli adulti e poi con l'esercito di 120 ragazzi, dai sei/sette anni in su, fino alla muta della voce. Che soddisfazioni si traggono dal lavorare con i più piccoli? «Impagabile», risponde. «Danno tantissimo. Non ci sono gelosie fra loro. Lo vedo quando assegno delle particine solistiche. Accettano con sportività, fallo tu che sei più bravo, dicono». Spiega quanto sia formativa l'esperienza corale. «Cantare in un coro è la strategia migliore per avvicinarsi alla musica. Nello studio di uno strumento, prima di arrivare ad avere soddisfazioni ci vogliono anni. Mentre col canto entri subito nel vivo della musica. È entusiasmante vedere questi ragazzi quanto apprezzano autori come Fauré, Bach, Mendelsohn». Da quanti anni un bimbo può spiccare il volo canoro? «A 4 anni già canta, è intonato. Noi tendiamo a prenderli dai 7, anche perché è necessario che sappiano leggere. Poi alcuni sbocciano con gli anni». E lancia un appello. «Vorremmo più maschietti, già le cose stanno migliorando nel senso che prima i maschi erano solo il 5% mentre ora si arriva al 30%».

Una cosa è certa. Una buona percentuale di chi canta qui, poi proseguirà gli studi musicali. È stato il caso di Barbara Frittoli, soprano poi dalla brillante carriera, anche protagonista di prime scaligere. «Altri me li sono ritrovati in orchestra».

Un'esperienza rara per i ragazzi che hanno il privilegio di entrare nel vivo degli ingranaggi scaligeri. Vengono coinvolti in prima persona in produzioni, dunque finiscono per conoscere ansie, gioie, complessità e meccanismi della macchina teatrale.

Sommando l'attività di docenza in Conservatorio e quella in Scala, in quasi 40 anni d'attività Casoni ha lavorato con migliaia di ragazzi. Non sono più i bimbi d'una volta? Casoni è l'urbanità fatta persona. Non si sbilancia. Però ammette che «certa protezione esagerata di alcuni genitori non fa bene. Tuttavia qui siamo privilegiati. I nostri ragazzi sono tutti in gamba».