I ritratti di Mancini, genio ribelle dell'Ottocento

Mimmo di Marzio

L'Ottocento italiano, almeno per quanto riguarda il mercato dell'arte, paga da sempre uno scotto di sudditanza verso l'Europa (in particolare i francesi) e sicuramente nei confronti del Secolo breve. Pochi gli artisti consacrati a livello internazionale: tra questi il romantico Hayez, il divisionista Segantini, i «parigini» Boldini, De Nittis e Zandomeneghi. Eppure, prima e dopo il Risorgimento, non mancarono geniali personalità e persino antesignani che ebbero solo il torto di abitare nella provincia dell'impero. Uno di questi fu certamente Antonio Mancini, romano ma artisticamente cresciuto sotto il Vesuvio, a cui in questi giorni dedica una ricca e interessante mostra la Gallerria Bottegantica di via Manzoni 45. In mostra una quarantina di opere quasi tutte provenienti da collezioni private che mostrano l'evoluzione di un ritrattista imbevuto della grande lezione del seicentismo napoletano, ma al contempo innovativo nell'uso del colore e nella tecnica compositiva. In mostra sono ben rappresentati i due periodi salienti della carriera di un artista che il suo mecenate inglese John Singer Sargent definì «il miglior artista vivente in Italia». Del primo periodo fanno parte i ritratti veristi dalla luminosità evanescente degli «scugnizzi» e dei «prevetarielli», il cui modello preferito era il giovinetto Luigi Gianchetti, detto «Luigiello». Ora rappresentato come un saltimbanco con il violino in mano, ora ritratto sul banco di scuola, ora stanco sul sofà «Dopo lo studio». Su questi ed altri ritratti brilla la luce e quel «sorriso della follia» che contraddistinsero la vita di un artista perseguitato da crisi nervose e che nel 1881 fu ricoverato in un ospedale psichiatrico dove dipinse alcuni tra i suoi più intensi autoritratti. Sui volti abbacinati dei suoi giovani soggetti, si riconosce l'influenza che a Napoli Mancini subì da grandi ritrattisti come il pittore Domenico Morelli e lo scultore Vincenzo Gemito.

Ben rappresentato nella mostra di via Manzoni anche il secondo periodo dell'artista, quello novecentesco in cui Mancini (forse non sempre felicemente) sperimenta un uso potente della materia e del colore, facendo uso di inserzioni innovative per l'epoca, come vetro, lana e madreperla. Impasti e vibrazioni cromatiche che prendevano vita dal vero, rielaborando l'immagine dei suoi modelli scomposti con la tecnica della «graticola» che riproponeva sulla tela.