I timori di bar e negozianti: «A rischio anche la movida»

Raccontano i commercianti milanesi del Ticinese e i titolari dei locali, con un senso di ovvio e comprensibile sconforto, che le due settimane che seguirono la strage parigina del 13 novembre scorso, sembrarono giorni di lutto per la movida milanese fosse in lutto. «C'era una strana calma, quasi irreale - spiega un barista di un famoso locale dei Navigli - non che non ci fosse gente, ma, anche con i miei colleghi ci mettemmo a ragionarci su, concludendo che la gente che di solito affolla la zona nel fine settimana sembrava scappata via. Sì, usammo proprio questa espressione scappati».Lo stesso ci viene raccontato in corso Como e in corso Garibaldi, anche se raccomandano di non voler apparire sui giornali perché «poi il titolare sa, gli facciamo cattiva pubblicità e se la potrebbe prendere con noi». «Però- ammettono alcuni camerieri di via Palermo - anche i ristoranti più celebri di questa zona della città sembravano all'improvviso essersi svuotati. E prenotare un tavolo in certe osterie di grido non era più esattamente un'impresa, come invece lo è di solito, quando non sappiamo proprio dove mettere la gente, costretta a fissare un tavolo magari giorni prima».Insomma: la sindrome parigina, quella dell'attentato terroristico improvviso, inatteso, progettato in una sera qualsiasi, per strada, all'interno dei locali e soprattutto in mezzo a gente di tutte le età, come se uomini e donne del Califfato volessero gridare a tutto il mondo «noi siamo dappertutto e non ci può fermare nessuno» aveva colpito. E stavolta? Cosa farà Milano?PaFu