I volti della Procura Se la storia passa nell'ufficio del capo

Da Mauro Gresti a Francesco Greco: i quarant'anni dell'ufficio giudiziario tra grandi battaglie e qualche ombra

Luca Fazzo

Ah, se potesse parlare, il grande quadro - una luce soffusa di tramonto, una fanciulla in raccoglimento - che sta nella stanza al quarto piano del tribunale di Milano. Lì, davanti a quel quadro, c'è la scrivania del procuratore capo: e si può scommettere che anche Francesco Greco quando tra pochi giorni prenderà possesso della stanza, ne cambierà l'orientamento. Ogni procuratore, chissà perché, sposta la scrivania. Ma il quadro col crepuscolo è sempre lì. Davanti ad esso si sono consumati momenti storici, piccoli e grandi drammi, eroismi, meschinità. Perché a Milano, tutto prima o poi passa per la Procura. E tutto, o quasi, in Procura passa per l'ufficio del capo.

Cambiano le epoche, gli uomini, gli stili. Ai tempi di Gerardo D'Ambrosio, la stanza era sempre aperta; dopo di lui arrivò Manlio Minale, e parlare col procuratore divenne una impresa quasi impossibile. Borrelli sapeva essere gelido, ma era difficile che non rispondesse a un saluto. Bruti Liberati è stato un capo contestato, ma persino ai cronisti era consentito chiamarlo sul cellulare.

Depurata dai dettagli di colore e dal carattere dei personaggi, la storia della Procura di Milano in questi quarant'anni forse andrebbe scritta sul serio, per capire fino in fondo il ruolo discontinuo che ha giocato nella partita complessa della legalità e nel rapporto tra istituzioni, poteri forti e società.

Non sempre è stato un ruolo privo di ombre. Se oggi l'accusa più frequente che viene mossa alla Procura è di essersi fatta essa stessa soggetto politico, e di avere dettato le proprie condizioni agli altri poteri, c'è stato un tempo non remoto in cui le veniva mossa l'accusa contraria: e cioè di essere contigua, se non asservita, al potere politico ed economico. Era la Procura degli anni Settanta e Ottanta, attraversata da polemiche interne di una violenza al cui confronto quelle odierne sono baruffe chiozzotte. Una vecchia casta di giudici cresciuti sotto il fascismo si trovava a fare i conti con giovani generazioni di toghe fresche di Sessantotto. Mauro Gresti, procuratore vecchio stampo, si trovò spesso sotto tiro: si riscattò, ed ebbe l'ufficio intorno a sè, per il coraggio con cui seppe fare la sua parte nella lotta al terrorismo. Ma gli toccò l'onta di vedere il grande ufficio perquisito su ordine della Procura di Brescia, quando un suo pm concesse il passaporto al bancarottiere dell'Ambrosiano Roberto Calvi, che grazie ad esso si diede ad una fuga dall'esito tragico.

Difficilmente si può analizzare il lungo regno di Saverio Borrelli se non partendo dal ruolo di cerniera che il successore di Gresti ebbe tra le due culture in toga, quella della vecchia casta post-sabauda e quella dei teorici del diritto come scontro di classi. Dagli eccessi di Magistratura democratica, Borrelli scelse di distaccarsi, anche se poi alcuni giovani leoni di Md ebbero un ruolo importante nella procura degli anni ruggenti.

Come interpreterà il suo ruolo Francesco Greco? Quali equilibri interni, quali priorità saprà imprimere a questo ufficio complesso, dove convivono sgobboni e primedonne? Paradossalmente, la vera scommessa che attende Greco è l'assenza di un nemico forte, certo, riconoscibile, di fronte al quale chiamare a raccolta l'unità dell'ufficio. É un ruolo che è stato svolto per anni dalle varie emergenze: il terrorismo, Tangentopoli, Berlusconi. In nome della lotta al nemico comune si sopivano le inevitabili divergenze e si occultavano le umane rivalità. Non è un caso che l'affare Robledo sia esploso proprio quando la fine dello scontro con il Cavaliere ha chiuso la fase degli unanimismi di facciata.

Schematizzando, tra gli ultimi quattro procuratori ci sono stati due magistrati - Borrelli e Minale - convinti della superiorità del giudiziario sul politico, e due - D'Ambrosio e Bruti - che nel rapporto dialettico tra le due istituzioni si ritrovavano a loro agio. Greco arriva nel grande ufficio in una fase nuova, in cui la politica dopo anni di subalternità e quasi di timore reverenziale sembra tornare ad alzare la voce. Certo, fin quando la Procura indagherà sulle alchimie fiscali delle multinazionali come Apple e Google, Greco sa di non doversi preoccupare. Ma cosa accadrà quando inevitabilmente entrerà in rotta di collisione con le eterne malefatte del Palazzo? Eh sì, toccherà ancora vedere molte cose interessanti, alla fanciulla sognante che dal lato di un tramonto osserva il procuratore.