«Identità e scontro di culture ecco l'attualità di Disgraced»

Domani sera al No'hma, spettacolo gratuito del figlio più piccolo di Vittorio. Ingresso gratis su prenotazione

Antonio Bozzo

Non gli chiediamo nulla del suo «lessico famigliare», per evitare risposte retoriche o imbarazzi, comuni a chi porta un cognome importante. Jacopo Gassmann, ultimo figlio di Vittorio, fratello di altri registi e attori, nato nel 1980, di educazione cosmopolita (scuola di regia a New York), porta al No'hma, nell'ambito della Milanesiana - la rassegna ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi - lo spettacolo Disgraced. Domani sera alle 21, ingresso libero con prenotazione allo 02.45485085, vedremo la realizzazione - con regia di Gassmann - del testo di Ayad Akhtar, americano di origini pakistane, premiatissimo drammaturgo (Pulitzer 2013 per il teatro, Obie Award nello stesso anno, Joseph Jefferson Award nel 2012). «Non conosco di persona Akhtar - dice Gassmann -. Lo conosco di fama e quando ho letto il testo è stata una folgorazione, come se qualcosa mi avesse toccato l'anima».

Ed è stato subito innamoramento, vero?

«Sì, il testo, del 2012, l'ho letto e riletto, poi anche tradotto. Mi piacerebbe pubblicarlo nella collana di teatro contemporaneo per le edizioni Luca Sossella, che dirigo. È la prima traduzione di Disgraced in italiano».

Non ci ha ancora detto di che trattano, testo e spettacolo.

«Di temi centrali nel mondo di oggi: l'identità, lo scontro-incontro tra culture, la fragilità degli esseri umani. Mi sembra non ci sia nulla di più attuale e, allo stesso tempo, di eterno».

Ma cosa vediamo in scena?

«Siamo a Manhattan, tempi odierni. L'avvocato Amir Kapoor, statunitense di origini pakistane (chiara portata biografica dell'autore), in carriera, sposato con la pittrice Emily che sta lavorando su temi islamici, invita a casa un curatore d'arte, Isaac, con la moglie. La conversazione, partita con toni di normale ritualità, si trasforma nella trincea dove opppste visioni del mondo si scontrano. Nulla resterà più come prima».

Non a caso il comunicato stampa dello spettacolo parla addirittura di tragedia greca...

«Tragedia di oggi. Anche nel contesto più avanzato si annidano ipocrisie. Lo spettacolo è la cartina di tornasole della complessità».

Chi si siede in poltrona che cosa porterà a casa?

«Non sembri una banalità: porterà domande, non risposte. Forse troverà ancora motivi per riflettere e dialogare».

È in ansia per l'anteprima?

«Ogni nuovo spettacolo va aggiustato, come si fa dal sarto con un abito appena cucito. Disgraced è prodotto dal genovese Teatro della Tosse con il Teatro Nazionale di Roma, cinque gli attori in scena. Dopo i debutti d'autunno a Genova e Roma, torneremo a Milano, città importantissima per chi fa il nostro lavoro».

Il teatro in Italia?

«Abbiamo talenti come e più di altrove. Scontiamo però una forte disorganizzazione, eccezioni escluse. Siamo molto distanti, per esempio, dall'industria teatrale inglese, che funziona come un orologio».