Inglese, sarto all’antica veste Donald Trump e il principe William

Nel 2000 ha rilanciato l’azienda di famiglia. Ora le sue camicie sono famose nel mondo

Sarà insignito domani pomeriggio del titolo di «Ambasciatore di Terre di Puglia», il premio che ogni anno l’associazione Regionale Pugliesi a Milano conferisce a personaggi che contribuiscono con il loro lavoro, passione e perizia a «valorizzare le culture e l’ingegno delle genti originarie delle Terre di Puglia diffondendo un’ immagine positiva dell’Italia oltre i confini». Angelo Inglese, classe ’74, è ambasciatore di stile nel mondo, dal Giappone agli Stati Uniti passando per le case reali di Regno Unito, Norvegia e Belgio. Le sue camicie realizzate interamente a mano in 25 passaggi dalle misure al ricamo delle asole, hanno fatto il giro del mondo. Il presidente Usa Donald Trump l’ha indossata per la cerimonia di insediamento, Claudio Sadler vuole solo le sue camicie da chef quando è ai fornelli, il principe d’Inghilterra William gli ha commissionato la camicia bianca per il suo matrimonio, per non parlare di Francis Ford Coppola e del magnate messicano Slim Così Lino Banfi, Checco Zalone, Vittorio Sgarbi e tanti altri nomi dello star system. Diventato famoso per un errore - l’ex premier giapponese Yukio Hatoyama venne immortalato alla fine del suo mandato con un’improbabile camicia patchwork a quadretti, attribuita a Inglese in quanto «stilista del premier» ma «quella non l’avevo fatta io! L’hanno chiamato “fashion disaster”- scherza -: il calo di popolarità del premier era stato associato dalla stampa internazionale al suo cattivo gusto, ma mi ha portato fama».

La storia della Sartoria Inglese affonda le sue radici al confine tra la Puglia e la Basilicata negli anni Cinquanta con il nonno che confeziona camicie su misura. Continuano la tradizione gli zii e il padre di Angelo, Giovanni, ampliando l’offerta a cravatte, giacche, tessuti. L’azienda famigliare decolla, ma «negli anni Settanta arriva la “rivoluzione industriale” con gli stabilimenti dell’Ilva e della Vianini e tutti i nostri apprendisti vanno a lavorare in fabbrica - racconta Angelo Inglese -. Ogni attività artigianale, se non ha la possibilità di tramandare il mestiere, perde la sua linfa vitale».

A diciotto anni persi mio padre, cui ho intitolato la sartoria, «io ero iscritto a legge, ma lavoravo nell’azienda di famiglia e lì che decisi che bisognava tornare alla tradizione. Quando acquistai antichi telai e macchine da cucire mi diedero del matto - racconta -. Un vecchio apprendista, ormai in pensione dalla fabbrica, mi insegnò i trucchi del mestiere, e ripartii da mio nonno». Produce solo 6000 camicie l’anno - per ognuna ci vogliono dalle 10 alle 30 ore - una quindicina di collaboratori in tutto. Con questi numeri le collezioni di Inglese sfilano a Pitti Uomo, alla Milano Fashion Week, sono invitate alla più esclusive feste europee. La famiglia reale belga si fa confezionare pochette ricamate con la foggia dei lampadari dorati. E se il principe William ha scelto la sua camicia bianca per il giorno del fatidico «sì», Donal Trump la indossava il giorno dell’ insediamento: l’associazione italo-americana Mad for Italy mi ha contattato: «il presidente ha una passione per l’Italia».

I capi della sartoria Inglese trasudano amore per la Puglia: dai dettagli dei ricami, al fiore a uncinetto che decora le cravatte, ai gemelli in maiolica di Laterza. Da ultimo il suo sogno, bruscamente interrotto dall’alluvione e ora dall’indifferenza: l’acquisto del quattrocentesco palazzo dell’Arciprete a Ginosa, che dovrebbe diventare il suo quartiere generale, ma anche sede della scuola di mestieri d’arte della fondazione Cologni, e foresteria per incentivare il turismo locale.