«Io Cesarone, eroe di Pasolini»

L'attore tv allo Spazio Banterle porta in scena «La Ricotta»

Lucia Galli

Ci vogliono il genio di Pier Paolo Paoslini e la bravura di un attore vulcanico quanto versatile come Antonello Fassari per portare a teatro ciò che al massimo arriva in tavola. Eppure «La ricotta», da molti ritenuto il corto più riuscito di Pasolini, è stato sdoganato anche in una rilettura scenica e suggestiva che torna allo Spazio Banterle Teatro de gli Incamminati di Largo Corsia dei Servi, da oggi al 4 dicembre, proprio grazie a un «Cesare» di Roma, campione della domenica sera in Tv con i suoi «Cesaroni». Fassari - da Avanzi a Il male oscuro, da I ragazzi della terza C a Romanzo Criminale - ha amato e studiato questo testo fin dal 2004: «In cerca di un racconto senza sceneggiatura ho trovato questa messa laica e potentissima». Un set Anni '60, nella campagna romana dove si mette in scena la passione di Gesù, ma dove protagoniste sono, fra un ciak e l'altro, le miserie grandi e piccole di un'umanità borghese e fiaccata. Il giornalista (plasmato sulla facies di Gianluigi Rondi mai amato da Pasolini), quell'uomo medio un po' tonto e un po' lecchino, il super ego del regista che nel film è interpretato da Orson Welles -, Maddalena più simile ad una diva e quei centurioni che negli intervalli delle riprese ballano un twist stanco. E poi lui, Stracci, il generico. Una comparsa cui è affidato il ruolo del buon ladrone e che è attanagliato da una fame continua e atavica di cui sarà tragica vittima. Pasolini traccia una fotografia di quegli anni «Che sembra però perfetta per oggi», spiega Fassari che, nella lettura scenica è accompagnato dalle musiche di Sergio Mascagni. «Il pubblico è cambiato - spiega l'attore sembra quasi immedesimarsi più oggi di quando cominciai a girare con La Ricotta. Ora la crisi tocca tutti e un testo di 50 anni fa sembra scritto oggi. Perché tutti o quasi potremmo finire come Stracci e tutti abbiamo meno fiducia», aggiunge. Il suo Cesare televisivo commenterebbe «Che amarezza!», Pasolini invece «seppe intuire la massificazione» e quel senso di schiacciamento della società sotto le grandi dittature della multinazionali del nostro secolo, ben oltre la politica. Almeno il teatro si salverà? «Credo conclude Fassari che, mentre il Cinema è sempre più soggetto alla tecnologia, il teatro per il suo rapporto con il pubblico non morirà mai e resisterà». Più forte di ogni crisi e più vero di ogni finzione.