«Io, novizia non credente, per Agnus Dei»

La regista a Milano spiega la sua esperienza in convento per descrivere suore e religione

Stefano Giani

Dalla moda alla letteratura alla Storia. Ovvero, da Coco avant Chanel a Two mothers tratto da un racconto di Doris Lessing e Gemma Bovery che ammicca a Flaubert fino ad Agnus Dei, l'ultimo film presentato ieri a Milano. La regista francese Anne Fontaine lo ha visto con i critici poi con una fetta di pubblico, quello che nella giornata dei cinema a 2 euro ha trovato posto in un Anteo assediato. Una dottoressa cura un gruppo di suore, incinte dopo lo stupro di gruppo dei soldati russi in un convento polacco.

Una storia vera. Come l'ha scelta.

«Non la conoscevo. Me l'ha proposta un produttore che ne aveva sentito parlare da vecchie conoscenze. Era tutto documentato. Ho fatto ricerche e l'ho filmato. Ma neppure i polacchi lo ricordavano».

«Agnus Dei» tratta temi di rilievo. Obbedienza e disobbedienza sembrano confondersi a vicenda.

«La scelta delle suore di nascondere se stesse e lo stupro finisce nel momento in cui una novizia disobbedisce per cercare l'aiuto di un medico».

Insegue la salvezza di tutte.

«Ma è l'elemento di rottura. La badessa, ortodossa custode delle norme, disobbedisce ma pretende obbedienza».

E, se cieca, crea integralismo. Nel film convivono monache, atei ed ebrei.

«Sono componenti diverse che tuttavia vivono insieme».

Speranza o certezza...

«Certezza. Io vengo da una famiglia cattolica, ho due zie suore, ma non sono credente».

I migliori film sulla fede sono opera di non credenti. Come Pasolini.

«Mi interessa la fragilità della fede. Ventiquattr'ore di dubbio per un minuto di speranza dice una religiosa».

E la sua fede...

«La metto nel modo in cui lavoro».

Ed è entrata in convento.

«Davvero. Volevo capire i ritmi di quella vita conventuale e ho vissuto da novizia per studiarne gesti, preghiere e abitudini».

Il film torna sulla II guerra mondiale, che continua a destare interesse nonostante la densa filmografia.

«È la misura di quel dramma. Continuano a venire a galla aneddoti, racconti e sofferenze realmente vissute, alle quali nessuno ha dato voce».

Come le violenze russe.

«Qualche storico le conosceva, ma quegli orrori sono sempre stati coperti dai sovietici. Purtroppo sono abusi che si ripetono a ogni conflitto».

«Agnus Dei» è film intenso e suscita emozioni.

«È quello che voglio e chiedo ai miei attori. Ma proibisco loro di darle in pasto alla macchina da presa. Se si nascondono, saranno più efficaci».

L'hanno visto in Vaticano?

«Sì. Lo hanno definito terapeutico per la chiesa».

Coco Chanel, Gemma Bovery, Due madri, Madeleine Pauliac che in «Agnus Dei» è ribattezzata Mathilde. Le interessano solo le donne.

«Affatto. Sto montando la mia prossima pellicola. Il titolo non c'è ancora. È molto presto. Abbiamo finito di girare. È la storia di un uomo tra i 12 e 24 anni, una fase di crescita. Mostrerà un modo di vivere che sorprenderà. Ma strapperà anche qualche sorriso».