Ipsos, a rischio 210 lavoratori dopo le nozze con i francesi

I vertici di Ipsos - l’istituto di sondaggi impersonificato dal volto rassicurante di Nando Pagnoncelli - vorrebbero ridurre a 60-70 ore di lavoro l’attività del call center telefonico milanese, finora il più importante d’Italia. I 211 intervistatori che vi lavorano, assunti grazie a contratti di collaborazione, in questi ultimi mesi hanno tremato, perché, seppur mai ufficialmente, dal quartiere generale parigino di Ipsos group, - che un anno fa circa si è fuso, a livello internazionale, con un altro colosso francese delle interviste telefoniche, la Synovate - chiedeva la chiusura della sede milanese per spostare tutta l’attività a Bari. Una questione di costi? Certo che sì. Mentre per la sede milanese Ipsos paga, tra l’altro, un congruo affitto mensile, i locali di Bari erano già di proprietà di Synovate e, quindi, ora lo sono di Ipsos. Non bisogna dimenticare inoltre che l’azienda è sempre stata molto in sintonia, sia con i propri diretti dipendenti sia con i lavoratori a contratto. Gli intervistatori della Ipsos, grazie a un accordo sindacale, vengono pagati infatti 7.50 euro l’ora. Una cifra che va a sommarsi a 3 euro a intervista più a una quota percentuale sul totale di interviste fatte da ogni singolo lavoratore: uno dei compensi cosiddetti «misti» (quelli auspicati dalla legge Biagi in casi di contratti a progetto e simili, ndr) più alti tra quelli pagati nei call center. Inoltre, quando le inchieste dell’istituto si presentano particolarmente ostiche e non consentono così ai singoli di effettuare un numero significativo (per il compenso) d’interviste, l’azienda, proprio per favorire i propri collaboratori, ritorna automaticamente ad applicare il pagamento orario.
Mercoledì scorso i sindacati hanno incontrato i lavoratori del call center milanese.
«Abbiamo scongiurato la chiusura della sede milanese con la riduzione dell’orario di lavoro, ma è chiaro che si tratta di un ridimensionamento troppo imponente che va cambiato, che va contenuto al minimo - spiegano Maurizio Crippa, segretario generale Nidil Cgil e Gianmarco Gilardoni, segretario generale Felsa Cisl Lombardia -. Per ora abbiamo ottenuto di prorogare fino al 31 ottobre i contratti che dovevano scadere a fine mese. Ora che i lavoratori ci hanno concesso il mandato vogliamo però un progetto industriale dall’azienda: pretendiamo di sapere cosa vogliono fare e come».
Anche Nando Pagnoncelli si mostra molto combattivo. «In settimana ho incontrato gli azionisti di Ipsos - spiega -. È chiaro che la questione dei locali di proprietà di Synovate, a Bari, fa la differenza, anche per una questione di razionalità e omogeneità degli standard lavorativi che si concentrerebbero in una sola sede. Come Ipsos Italia, davanti all’azienda madre che chiedeva di chiudere il centro telefonico di Milano, abbiamo fatto una controproposta: mantenerlo, ma riducendone l’attività»
Gli facciamo notare, però che attualmente il call center milanese ha 130 postazioni e il gruppo ne vorrebbe meno della metà...
«Ipsos Italia, con il via libera degli azionisti, ha avviato una doppia negoziazione: a Parigi con Ipsos group, e qui con i sindacati - spiega ancora Pagnoncelli -. Vorrei comunque far notare tre realtà: innanzitutto Ipsos Italia, mantenendo aperto il centro telefonico di Milano, s’impegna a pagare costi aggiuntivi; quindi, al contrario di altri istituti di sondaggi, non abbiamo centri telefonici in paesi come l’Albania o la Croazia pur di ridurre i costi, anche se le interviste telefoniche non rappresentano la nostra attività principale, ma solo un terzo. Infine tutti sanno che le fusioni, soprattutto quelle a livello internazionale, come quella di Ipsos con Synovate, richiedono sempre riduzioni di organico (naturalmente non parlo di contratti a progetto o simili ma di dipendenti veri e propri) e noi finora non ne abbiamo avute».