Jazz nelle strade Ascona si trasforma in New Orleans

Come ogni anno la placida quiete di Ascona e del lago Maggiore viene gioiosamente sconvolta da JazzAscona, che compie ventotto anni e si conclude questo week end con una megafesta che raggruppa tutti gli artisti più rappresentativi.
Il lago incontra New Orleans e la sua musica attraverso un’edizione intitolata «Sophisticated Lady» e dedicata alle donne. Infatti è sbarcata ad Ascona una pattuglia di una cinquantina di artiste guidata dalla regina Irma Thomas (a cui è stato consegnato l’«Ascona Jazz Award» alla carriera) che ha incantato il pubblico giocando con i colori di soul e rhythm and blues. In dieci giorni, fino a domani, JazzAscona ha visto impegnate quaranta band dagli Stati Uniti, dall’Australia e dall’Europa, oltre 200 concerti e una valanga di eventi speciali e jam sessions.
Oggi sembrerà di assistere ad una di quelle feste dei primi del Novecento a New Orleans, con le «marchin’ band» in giro per le strade e una sfilata degli artisti più rappresentativi che si sono esibiti nei giorni scorsi. Un vero maratoneta del festival è il pianista David Paquette, solista le cui origini si perdono nel quartiere francese di New Orleans (quella che un tempo era la zona a luci rosse di Storyville dove crebbero mitiche figure come Buddy Bolden e Louis Armstrong)che ha partecipato a tutte le edizioni della manifestazione proponendo un repertorio che spazia dal blues al ragtime alla ballata jazz più melodica.
I puristi storceranno il naso, ma si ricrederanno immediatamente con il variegato «gumbo» (tipica zuppa della Louisiana)dell’olandese Oriental Jazzband che coniuga jazz della tradizione, rhythm’n’blues, rock e perfino country. Una band che per la sua vitalità e la sua energia si è fatta conoscere in tutta Europa. Per la prima volta ad Ascona, la vocalist Silvia Manco (che ha già collaborato con artisti del calibro di Lino Patruno, Roberto Gatto, Renzo Arbore) con il quintetto Old Fashioned si riallaccia alla impegnativa tradizione di interpreti come Nat King Cole e Shirley Horne giù giù fino a quella di cantanti come Peggy Lee e Julie London con un repertorio versatile e old fashioned ma rivisitato con personalità.
Dopo un pomeriggio così movimentato alle 20.30 la Stanford University Jazz Orchestra, diretta da Frederick Berry e con superospite la tromba di Jon Faddis, rinnova il ricordo delle antiche marchin’ bands e della musica «d’epoca». I musicisti hanno un’età media di vent’anni e il direttore è stato sul palco con artisti del calibro di Count Basie, McCoy Tyner, Joe Henderson; un ottimo modo di tramandare il buon vecchio jazz alle nuove generazioni. Jon Faddis - star del gruppo per questa tournée e protagonista della scorsa edizione del festival - è una delle figure più di spicco della manifestazione. La sua tromba in gioventù è stata al servizio di Lionel Hampton, Charlie Mingus, dell’orchestra di Thad Jones e Mel Lewis e della All Stars Big Band degli allievi di Dizzy Gillespie, che contribuì a lanciarlo. Noto anche in ambito pop - dove ha partecipato come trombettista a molti dischi - si fa apprezzare in ambito strettamente jazzitico per inventiva e per potenza sonora. Non poteva naturalmente mancare lo swing, portato in scena tutte le sere (e naturalmente oggi) da The Australians (si capisce da dove vengano) con l’aiuto della bella cantante Emma Parks, definita «il più grande regalo al jazz canoro australiano dell’ultimo decennio». Come ogni festival che si rispetti il meglio arriva alla fine con il jazz venato di pop di Niki Harris e con il ritorno di Rhoda Scott, l’Ambasciatrice rhythm and blues dell’organo Hammond (che suona scalza) che si esibì persino con Ray Charlse e Ella Fitzgerald.