Joan Baez, il ritorno della pasionaria folk

Tempi duri per i concerti a Milano. L’estate rock dei milanesi avrebbe dovuto svolgersi all’Arena, poi è stato allestito il ricco cartellone di «City Sound» all’Ippodromo del Galoppo, ma lo show di apertura di stasera di Al Jarreau e quello di giovedì dei Gipsy Kings sono già saltati. Si partirà quindi (facendo i dovuti scongiuri) mercoledì con un’icona del folk e dei diritti civili come Joan Baez.
Quanti ricordi nel ritrovare a Milano la pasionaria folk, ancora affascinante con i suoi 71 anni portati con classe, e con quella voglia di far vibrare le corde del cuore con gli inni che hanno tenuto per mano più di una generazione. I figli della Guerra Fredda hanno consumato le puntine dei loro giradischi ascoltando le sue canzoni e identificandosi nelle sue battaglie. La Baez ha cominciato a suonare a Cambridge, Massachussets (dove c’era una fiorente scena folk) nel 1958 ispirandosi al grande vate Pete Seeger (il leggendario vecchietto, tuttora vivente, cui anche Bruce Springsteen qualche anno fa ha dedicato l’album Seeger Sessions) e si è fatta conoscere nei caffè del Greenwich Village newyorchese accanto alla sorella Mimi, al di lei marito Richard Farina e a Bob Dylan. «I testi di Seeger - ricorda la Baez - il suo modo di parlare ai deboli e alla gente che soffre mi hanno colpita fin dal primo istante. Da allora ho capito che avrei seguito le sue orme». E poi, parlando degli inizi della sua carriera e dei suoi sogni, puntualizza: «Quando sono arrivata a New York, al Village avevo 18 anni e non volevo fare la cantante. Avevo in testa solo le mie idee politiche: poi ho scoperto che la musica era il miglior mezzo per esprimerle».
E la Baez è così anche oggi, a cavallo tra cronaca e mito, all’incrocio tra la tradizione e la canzone di protesta che piace ai giovani; all’epoca pasionaria del Movimento per i diritti civili, oggi artista anticonformista che non conosce l’usura del tempo. Dotata di voce potente ed evocativa da soprano, sostenuta da un accompagnamento di chitarra semplice ed essenziale, Joan Baez passa presto dei piccoli club di Cambridge al festival di Newport, dai locali del Greenwich Village alla sala di incisione. All’inizio degli anni Sessanta registra il primo album nella sala da ballo dell’Hotel Manhattan Towers di New York (Dylan è ancora un imberbe sconosciuto). Il disco contiene classiche ballate come Silver Dagger, Wildwood Flower, El preso numero nueve, rimane nelle classifiche 140 settimane guadagnando oltre un milione di dollari. Si intitola Joan Baez, diventa il manifesto del folk impegnato, una serie di istantanee - magari in bianco e nero e un po’ sgualcite - sulla travagliata storia americana degli anni Sessanta.
Joanie - come la chiamano i fan - capitalizza ancora oggi quel fascino popolano, un po’ zingaresco (quello che la fece innamorare di Bob Dylan e viceversa) inanellando un ricchissimo repertorio che spazia da We Shall Overcome (intonata alla Marcia della Pace di Washington accanto a Martin Luther King) a ballate di sua composizione come Saigon Bride, dai pezzi di Dylan (Blowin’ In the Wind) a quelle degli album più recenti come Bowery Songs.