Il killer dei boss tradito dalla moglie

Quando nel quartiere le voci sul suo coinvolgimento nell'omicidio dei fratelli Tatone e di Paolo Simone si sono fatte sempre più insistenti, ha affrontato il suo uomo. «Dimmi se sei stato veramente tu?» gli ha chiesto, ricevendo una piena ammissione. A quel punto la compagna di Antonio Benfante ha chiamato la polizia e ha chiesto di essere portata insieme con il figlio in una località protetta: «Lo faccio soprattutto per il mio ragazzo». Un bimbo di tre anni che non poteva crescere a fianco di un assassino.
È un'appendice delle indagini sulla strage di Quarto Oggiaro, dove in pochi giorni tre uomini sono stati ammazzati. Per il controllo della piazza della droga o per vecchie rivalità, questo lo sa solo lui, «Tonino Palermo», 50 anni, metà dei quali trascorsi in galera. Ma con sbirri e magistrati lui non parla. Dopo il suo arresto non ha fiatato, nemmeno per confutare indizi, prove e testimonianze, accumulate nel giro di un mese dalla polizia.
Tra queste, anche le dichiarazioni della sua donna, con cui il pregiudicato tre anni aveva fatto un figlio. Al momento mezze ammissioni, poi una collaborazione sempre più piena e precisa. A cominciare dall'alibi. Dopo il primo duplice omicidio, il 27 ottobre attorno a mezzogiorno, «Palermo», così chiamato per le sue origini siciliane, venne convocato alla Mobile dove gli venne chiesto un alibi. «A quell'ora ero a casa con la mia compagna» ha spiegato. Ma la donna, sentita dagli agenti, è rimasta un po' sul vago, dicendo di non essere certa dell'ora esatta del suo rientro.
Poi la situazione è andata precipitando. Tre giorni dopo fu ucciso il fratello di Emanuele, Pasquale Tatone, colpito da tre fucilate appena salito in auto dopo aver visto in un bar la partita del Milan. A quel punto il quartiere aveva già individuato l'assassino e le voci erano giunte anche alla donna. Che non poteva pensare di veder il figlio crescere con un killer. Così ha affrontato l'uomo, lo ha messo alle strette fino a farlo confessare: «Si, li ho ammazzati io». Ammissione tra l'altro sentita anche dagli uomini della squadra mobile che gli avevano riempito la casa di microspie.
A quel punto la donna ha chiamato la polizia. Questa volta per smontare del tutto l'alibi dell'uomo «quando Tatone e Simone sono stati ammazzati, lui non era a casa» ma soprattutto per confermare quanto gli investigatori avevano sentito. «L'ho messo alle strette e lui ha confessato, li ha uccisi lui e io non posso vivere a fianco di un assassino. E soprattutto non ci deve vivere mio figlio». Conoscendo la natura violenta dell'uomo, la polizia ha quindi deciso di mettere subito la preziosa testimone sotto protezione. Così insieme a «Nino Palermo» hanno prelevato anche lei, destinazione una comunità protetta insieme al suo bambino.