Il killer di Lea Garofalo: «Un raptus e l'ho uccisa»

Può sembrare una discussione oziosa, quella sulla morte di Lea Garofalo: delitto di mafia, imposto dai clan e eseguito dal suo ex marito Carlo Cosco per punirla di avere disobbedito alle leggi della 'ndrangheta? O delitto d'impeto, un raptus senza senso come Cosco ha cercato di presentarlo ieri, nel processo davanti alla Corte d'appello, affastellando un racconto in cui gioca la parte un po' dello scemo, un po' della carogna, un po' persino del padre separato? Per Lea Garofalo poco cambia: di lei non restano che le poche tracce finalmente trovate in un tombino di San Fruttuoso, e che il medico legale Cristina Cattaneo ha potuto esaminare solo di recente. Ma cambia per Denise, la figlia della morta e dell'assassino, che ancora ieri chiede di sapere la verità. Cambia per gli imputati, che possono sperare in qualche sconto sulla raffica di sei ergastoli inflitti in primo grado. E cambia forse anche qualcosa per chi vuole sapere se davvero la penetrazione a Milano del crimine organizzato, con le sue regole e i suoi metodi, abbia raggiunto la gravità che si legge dietro la storia di Lea Garofalo.
Il processo d'appello arriva dopo un giudizio di primo grado condotto in fretta e furia, per evitare la scarcerazione degli imputati per scadenza dei termini (resa possibile dalla decisione di uno dei giudici di andarsene a lavorare al ministero, costringendo le udienze a ripartire da zero). E anche di quella rapidità forzata sono figlie alcune certezze che ora vengono rimesse in discussione. Lea non fu sciolta nell'acido, come si è sempre detto, ma bruciata con la benzina. Uno o due degli imputati condannati all'ergastolo potrebbero avere avuto un ruolo assai marginale. E a venire messo in discussione è ora lo stesso movente dell'omicidio. Che secondo Carmine Venturino, uno degli imputati, ora «pentito», sta nel marchio d'infamia che Lea con la sua scelta di collaborare con la giustizia aveva lanciato sull'intera famiglia:per cui Cosco le diede la caccia a lungo, pianificando nei dettagli il suo rapimento, l'uccisione e la distruzione del corpo. E che invece ieri Cosco cerca di ridimensionare a uno scatto d'ira, esploso durante una visita insieme ad una casa in piazza Prealpi in cui voleva offrirle di passare le vacanze di Natale: «Li é scattato qualcosa, Lea si è messa a dire "allora la casa ce l'hai, allora io non me ne vado più". Mi ha detto un po' di brutte parole, "sei rimasto il solito stronzo, sei sempre la testa che avevi prima, non ti faccio più vedere Denise“. Non so cosa mi ha preso, le ho dato dei pugni, poi le ho picchiato la testa sul pavimento. Dopo due pugni aveva già perso conoscenza, quando ho picchiato la testa secondo me era già morta. Ha iniziato a uscire il sangue. Io me ne sono andato a casa a rilassarmi, perché ero ancora tutto agitato, e ho detto agli altri: andate, pulite tutto, bruciate il corpo. Vedete voi, io non ne voglio più sapere niente».
Cosco parla senza emozione apparente, seduto davanti ai giudici e ai giurati, con addosso la solita maglia viola. A volte non capisce le domande, o finge di non capirle. A volte sembra ripetere una lezione imparata a memoria. «Non ho mai voluto ammazzare la madre di mia figlia», dice. Nega di appartenere alla 'ndrangheta, nè boss nè picciotto. «Vendevo la droga, questo sì». Dalle confessioni di Lea, dice, non avevo niente da temere. E la lettura dei verbali della donna, almeno in parte, conferma. Ma i verbali confermano anche che la giustizia a Lea non credette. Altrimenti, forse, sarebbe ancora viva.