Il killer con il Parkinson ha ucciso per debiti di droga

Antonino Benfante non sapeva esattamente quando. Ma era certo, sicurissimo che gli sbirri, da un momento all'altro - magari con la scusa di andargli a fare una «visitina» (era un sorvegliato speciale, ndr) - lo sarebbero andati a prendere nel suo appartamento di via Lessona, a Quarto Oggiaro. Per portarlo in cella e non farlo uscire mai più. Gli investigatori della squadra mobile hanno sempre saputo che questo pregiudicato malato di Parkinson, che ha passato metà della propria esistenza in carcere dove ha preso anche il diploma da geometra, era l'autore del duplice omicidio di Emanuele «Lele» Tatone e del tirapiedi Paolo Simone, «giustiziati» proprio negli orti di via Lessona (dove Benfante coltiva abusivamente qualche pianta di cachi) il 27 novembre. E che sempre lui, tre giorni dopo, ha fatto fuori il fratello di Lele, Pasquale, il vero boss. Dimostrando di non avere nessun timore a sparargli alle spalle, di sera, proprio sotto casa sua, nel suo quartiere. Come a voler dire a tutti, a Quarto, alla polizia: «io non ho paura di niente. E non m'importa di finire in carcere, ci ho già passato quasi tutta la vita».
Benfante, palermitano (e per questo conosciuto nell'ambiente come «Tonino Palermo») forse non poteva perdonare a Lele Tatone lo sgarro che gli aveva fatto tra settembre e ottobre. Quando a Tonino era stato revocato l'affidamento ai servizi sociali ed era stato costretto a tornare in carcere dopo una denuncia per estorsione proprio da parte del datore di lavoro a cui era stato affidato. In quel periodo Benfante, che era in «affari» con Lele e forse voleva ampliare il piccolo traffico di stupefacenti a Quarto Oggiaro, lascia in custodia una piccola partita di eroina a Tatone. Ma quando esce il 23 ottobre la droga è sparita. Così quattro giorni dopo invita Simone (il solo tra i tre ad avere la patente, visto che Lele non l'ha mai ottenuta e a Tonino, in quanto sorvegliato speciale, era stata revocata, ndr) a portare Tatone negli orti di via Lessona. Dove lo attira tra la boscaglia e lo ammazza (Simone farà la stessa terribile fine solo in quanto testimone).
Il giorno dopo Pasquale e Mario Tatone girano freneticamente nel quartiere in cerca di elementi per inchiodare l'assassino del fratello. E forse Pasquale commette l'errore di raccontare in giro che ci penserà lui a trovare chi ha ucciso Lele. Benfante allora pensa bene di anticiparlo. E sull'ormai arcinoto motorino, «mascherato» con un casco integrale e le mani protette da guanti, fredda il boss davanti a casa.
La sezione omicidi guidata da Alessandro Giuliano e la Scientifica, dopo aver portato in questura Benfante senza riuscire a inchiodarlo (la prova dello Stub diede esito negativo e il pregiudicato non disse nemmeno una parola, ndr) ora ce l'ha in pugno. Gli investigatori hanno ricostruito in maniera certosina i movimenti del palermitano grazie all'esame dei filmati delle telecamere, alle celle telefoniche e a testimonianze rivelatesi fondamentali. Per il momento «Tonino Palermo» non ha ammesso nulla. Tuttavia la polizia e il procuratore aggiunto Alberto Nobili sono certi che, a breve, anche se non ci sarà una sua piena confessione, il pregiudicato non addosserà a nessun altro quelle colpe che sa essere solo sue. E forse, in carcere, stavolta, realizzerà un vecchio sogno: prendersi una laurea.