Il killer? Sparito dopo la sentenza

Quando hai settantatré anni, una condanna a trent'anni di carcere equivale a un ergastolo. Così Pasquale Procacci ha deciso di sparire dalla circolazione nel momento stesso in cui i giudici della Corte d'appello, usciti dalla camera di consiglio insieme alla giuria popolare, hanno iniziato a dire la parola «condanna». Per la Corte d'appello, è lui l'assassino di sua sorella Maria Teresa, trovata senza vita in un'auto posteggiata in viale Sarca il 28 aprile 2009.
Procacci si è sempre dichiarato innocente. Fuggire non significa ammettere la propria colpevolezza. Ma di fatto, con la scelta di darsi alla macchia, l'anziano signore non ha migliorato la sua posizione processuale. Di certo, se davvero è lui l'assassino, Procacci ha dimostrato in questi anni un certo acume: sia nella realizzazione del delitto, che solo per un pelo, per un dettaglio del Dna quasi imponderabile, è arrivato a essere risolto; sia per come ha tenuto ferma senza cedimenti e senza sbavature la sua linea difensiva. Insomma, se ha pianificato la fuga con la stessa lucidità dell'omicidio, la caccia che gli stanno dando gli uomini della Squadra Mobile, diretti dal vicequestore Alessandro Giuliano, potrebbe essere lunga.
La notizia della sparizione di Procacci era stata tenuta riservata, fino a quando ieri non l'ha divulgata il blog giustiziami.it, e ha trovato conferma in ambienti investigativi. A rendere possibile la fuga del presunto assassino è stato quello che, a questo punto, appare come un eccesso di garantismo dei giudici del primo processo d'appello, che nell'aprile 2012 avevano annullato la condanna a trent'anni di carcere inflitta con rito abbreviato dal giudice preliminare Marina Zelante. La Corte d'appello aveva ritenuto del tutto insufficienti gli indizi raccolti a carico dell'uomo, lo aveva assolto e aveva ordinato la sua scarcerazione. Ma la Cassazione ha a sua volta annullato l'assoluzione, ritenendo che le prove a carico non fossero state sufficientemente comprese, e ha ordinato un nuovo processo d'appello.
A pesare contro l'uomo erano soprattutto due dita strappate di un guanto di lattice, trovati nell'auto dove la povera donna era stata brutalmente uccisa. Su quelle dita, il Dna dell'assassino. I sospetti si erano inizialmente appuntati sul figlio di Procacci, nipote della morta: e quando il patrimonio genetico del sospettato di era rivelato incompatibile con quello trovato sui guanti, di conseguenza anche Procacci senior era uscito dal cono dei sosospetti.
Fino al momento della svolta: quando si scopre che il giovane in realtà non è il suo figlio naturale, e solo a quel punto viene prelevato il Dna anche a Pasquale Procacci.
E si scopre che combacia con quello dell'assassino. Procacci è rimasto tranquillo a casa sua fino al giorno della nuova sentenza, pronto evidentemente a tutte le evenienze.
I nuovi giudici, oltre a condannarlo ne hanno ordinato anche l'immediato arresto, ritenendo che ci fosse il concreto rischio che l'imputato si rendesse latitante. Previsione quanto mai azzeccata.