L'addio a Cesarone: lacrime e applausi per il vice «mundial»

A Sant'Ambrogio il Milan e il calcio salutano l'ex ct della Nazionale I campioni dell'82 e i fuoriclasse di ieri che hanno scritto pagine di emozioni

Stefano Giani Chiamatele pure «maldinate», ma ispiravano simpatia. Anche se l'altroieri, sugli spalti di San Siro qualcuno s'innervosiva a vedere quel gigante della difesa, dalla classe cristallina che all'improvviso veniva colto da amnesia. E l'attaccante, meno dotato di lui ma più lesto, gli rubava la palla e la buttava dentro. Chiamatele maldinate, lui sorriderebbe. E risponderebbe che in fin dei conti è stato il primo italiano a sollevare la coppa dei Campioni. Wembley. Era il '63. Eusebio portò avanti il Benfica. E per un'ora il Milan ci provò. Dopo un'ora di assalti, in un pugno di minuti, Altafini fece saltare il banco. E consegnò a Cesarone la coppa dalle grandi orecchie. Pronta. Da alzare al cielo. E mai arrivata in Italia prima d'allora. Chiamatele pure maldinate. Lui sorriderebbe. E risponderebbe che aveva ragione. In quel gennaio 1985 vide l'esordio di un ragazzone ed esplose: «Questo diventerà più forte di Cabrini». All'epoca la frase era lesa maestà. Un «tricampeon» non si svende. Qualcuno ritirò fuori la solita storia delle maldinate, perché quell'aitante terzino era suo figlio. Il Paolo. Lui sogghignò. Sapeva che i fatti gli avrebbero dato ragione. E poco gliene è importato se il bell'Antonio è un campione del mondo e il Paolino ha solo sfiorato il titolo. Chiamatele pure maldinate, ma nessuno - prima e dopo di lui - ha avuto in sorte di guidare la nazionale quando il capitano era suo figlio. E non dev'essere stato facilissimo. Anche se era un fuoriclasse. Lui ci riuscì. E sorrise. Sempre. Con quegli occhioni azzurri color del mare che, oltre a Marisa, stregarono tutta Italia e mezzo mondo. Lo stesso che ieri si scambiava il segno della pace a Sant'Ambrogio, dando l'addio a Cesarone. Un uomo buono che nel mondo del pallone senza cuore né bandiere, il cuore e la bandiera ce le aveva messe davvero. Quel 31 maggio a Barcellona li abbracciò tutti, i suoi ragazzi. Era il '96 e aveva appena strappato sotto il muso di Javier Clemente e delle furie rosse cucciole l'Europeo under 21 a casa loro. In quattro sarebbero diventati campioni del mondo nel giro di dieci anni. Totti. Buffon. Nesta. E Cannavaro. C'era anche lui, ieri. Nascosto dietro due occhialoni neri. Perché Cesarone lo sapeva bene come si allevavano talenti. Nell'82, era il vice di Bearzot. Quel titolo nacque a Milano. Tra via Anelli dove abitava il ct e Città studi dove stava di casa lui. Vinsero. Sul campo. E contro i pregiudizi. Ieri, i «suoi», erano lì. L'Ivano Bordon, il vice Zoff. Massaro, il panchinaro di lusso. Rossi, l'«hombre del partido». Tardelli, l'urlo mundial. E c'erano i vecchi compagni di un tempo. Quelli che in campo erano impazziti davanti alle maldinate. Il Trap e Nevio Scala, colleghi della difesa. E Giovanni Lodetti. C'era pure il popolo degli sconosciuti. I vicini di casa. Chi aveva fissato gli occhi di Cesarone solo in tv. Gente che ieri l'ha applaudito l'ultima volta all'incrocio tra via Carducci e via San Vittore. C'era l'Azeglio - Vicini - che l'Europeo under 21, contro la Spagna, lo perse. Dieci anni prima di Cesarone. Contro Lusito Suarez, bandiera dell'Inter e allora ct giovanile spagnolo, venuto a salutare il rivale di mille derby. Per questo, ieri, Luis e Azeglio si sono rivisti. Nessuna rivincita. Solo tristezza. E c'era anche lui. Gigi Di Biagio. Solita pelata e fisico asciutto. Il 4 luglio del '98 mise il pallone davanti a un altro pelato, Barthez. Ma spedì sulla traversa il pallone che cacciò Maldini e l'Italia fuori dai Mondiali. E spinse la Francia in semifinale. Rimase disteso a terra. Sconfitto da se stesso. Maldini, quel giorno, lo abbracciò. Ieri c'era. Oggi è il ct dell'under 21. E dietro gli occhiali da sole, è spuntata una lacrima. Come allora. Sul prato del Saint Denis.