L'affarista, il muratore e il figlio d'arte La strana cricca che non perdeva mai

Nelle carte della procura il ruolo di faccendieri e millantatori Le loro società si aggiudicavano una gara ogni due anni

Il muratore, il faccendiere e il «figlio d'arte». È anche una galleria di personaggi singolari l'inchiesta della Dda che ha portato all'arresto da parte della Guardia di finanza di 14 persone. Il fascicolo riguarda un presunto giro di subappalti ottenuti illecitamente per opere pubbliche in Lombardia. Pierino Zanga, 62enne imprenditore bergamasco, sulla carta risultava un semplice dipendente delle società coinvolte, che operano tutte nel settore edilizio. In sostanza, un muratore. È finito in carcere per una sfilza di accuse: associazione per delinquere, di cui sarebbe stato - si legge nell'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Alessandra Simion - «promotore e organizzatore»; illecita concorrenza esercitata con minaccia o violenza; truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche; induzione indebita a dare o promettere utilità. Per gli inquirenti, era Zanga il «dominus di un circuito di società aggiudicatrici di vari subappalti per la realizzazione di opere pubbliche». Sarebbe stato lui e tenere i fili del gruppo di imprenditori bergamaschi e calabresi, alcuni «contigui a contesti di 'ndrangheta», finiti nel mirino del procuratore aggiunto Ilda Boccassini e del pm Bruna Albertini. Lui il capo del «sistema» di società con sede legale a Milano, «apparentemente prive di legami tra loro» e invece usate «per alternarsi nell'esecuzione dei subappalti, con una cadenza tendenzialmente biennale, con il preciso scopo anche di eludere eventuali attività di controllo di natura fiscale». Le aziende erano intestate a «prestanome», ma «erano riconosciute sul mercato come espressione del reale proprietario che così seguitava a far affari illecitamente, a reinvestire i capitali provento di reato in nuove società», rimanendo sotto traccia. Secondo il meccanismo ricostruito dagli investigatori, le società duravano al massimo due anni, create ad hoc e mantenute in vita il tempo necessario per aggiudicarsi l'appalto e realizzare i lavori. Poi venivano «svuotate» di tutto e dichiarate fallite, per fondarne di nuove. Con grave danno tra l'altro dei creditori privati e del Fisco.

Alessandro Raineri, 73enne bresciano di Palazzolo sull'Oglio, era il «faccendiere». È accusato di bancarotta fraudolenta e millantato credito. Per il gip, era «a libro paga degli imprenditori e in contatto con numerosi esponenti di diverse amministrazioni ed enti pubblici». Avrebbe intascato «somme di denaro a fronte del suo asserito interessamento a livello istituzionale per la risoluzioni di loro problemi di varia natura». Raccontava insomma di avere i contatti politici giusti per agevolare gli affari dell'associazione di imprenditori, sia in Lombardia sia a Roma.

Infine Davide Lonardoni, 45 anni, di Saronno, provincia di Varese. Dirigente di NordIng, una controllata di Ferrovie Nord («un dipendente, non un dirigente», fa però sapere Fnm), è stato arrestato per associazione per delinquere e induzione indebita a dare o promettere utilità. Nei cantieri si occupava principalmente di sicurezza. Avrebbe intascato mazzette e «altre utilità» per favorire gli imprenditori indagati nell'ottenere in subappalto i lavori per il prolungamento ferroviario tra T1 e T2 a Malpensa. In Fnm Lonardoni è un nome molto conosciuto. Dario Lonardoni infatti, padre di Davide, è stato per dieci anni fino al 2012 direttore generale del gruppo. Oggi è in pensione ed è diventato assessore ai Lavori pubblici del Comune di Saronno, guidato da una giunta di centrodestra. Nel 2015 aveva corso come candidato sindaco per la lista civica Saronno al centro.

CBas-LF