L'anziano imprenditore: "Così ho capito la truffa Ma in tanti ci cascavano"

Parla una delle vittime della banda che vendeva false riviste delle forze dell'ordine

C'è chi nella truffa ci è cascato in pieno, per ingenuità o per paura delle ingiunzioni e delle denunce minacciate dagli emissari della banda. E c'è chi invece a un certo punto ha avuto il buon senso di fiutare l'imbroglio e di andare al commissariato più vicino: come E. A., dirigente d'azienda in pensione, uno dei milanesi presi di mira negli anni scorsi dagli imbroglioni arrestati ieri dalla polizia giudiziaria: personaggi senza scrupoli che, millantando legami con le riviste delle forze dell'ordine, prima scroccavano abbonamenti fasulli e poi pretendevano penali da centinaia o migliaia di euro.

«La prima volta - racconta E.A. - mi telefonarono chiedendo se potevo fare un'offerta, in cambio avrei avuto dei libri o delle riviste legate alla polizia. Non si parlava di grandi somme, mi sembra una cinquantina di euro». Era il metodo della banda: agganciare con richieste modeste, e solo in seguito alzare la voce.

«Io accettai, eravamo sotto Natale e rientrava nel mio budget per le offerte, poi verso le forze di polizia ho sempre avuto affetto; oltretutto mi avevano spiegato che l'offerta serviva anche a fare i regali ai bambini in occasione delle festività. Un anno dopo nello stesso periodo mi chiamarono nuovamente e io dissi ancora di sì». Chi la chiamava? «Un signore che diceva di chiamarsi Mancuso». Si spacciava per poliziotto? «Non in modo esplicito, ma dava l'impressione di essere in qualche modo in relazione con la polizia, come se fosse un ex agente. Una volta mi invitò anche ad andare ad una festa dei vigili del fuoco, mi sembra che poi ci andò mio figlio». Dove avevano preso il suo numero? «Non l'ho mai saputo, forse alla associazione dei dirigenti, o semplicemente dall'elenco».

Passa ancora qualche mese, e la musica cambia di colpo: «Alla terza telefonata il signor Mancuso (ma il nome ovviamente era fasullo, ndr) mi disse che c'era un problema, perché non avevo ritirato tutta una serie di riviste dei carabinieri, della polizia, dei vigili del fuoco e che quindi dovevo pagare una penale. Voleva milleseicento euro. Mi sembra un po' tanto, gli dissi. Scese subito a ottocento. Gli chiesi come farglieli avere, e lui mi mandò un fax con un numero di conto».

La minacciò di ricorrere a vie legali? «Minacce no. Però era pressante, decisamente. Mi diceva ma come mai lei non ha ritirato queste riviste, noi le abbiamo qui, abbiamo un costo. Mi disse che in un altro caso come il mio una signora alla fine aveva dovuto pagare, noi queste cose non le possiamo lasciar passare».

Davanti a questi toni, molte vittime cedevano. «Invece io iniziai a sentire odore di truffa. Ne parlai con mia moglie e ci dicemmo qui bisogna fare qualcosa, sporgere denuncia, altrimenti qualcun altro prima o poi ci casca. E andammo alla polizia. Non ne ho saputo più niente fino a quando dal telegiornale abbiamo saputo che li avevano messi tutti in prigione».

Il signor E.A. è laureato, lucido, avveduto. Ma con altri bersagli, i delinquenti purtroppo hanno avuto vita più facile.