L'architetto di Mussolini che ha costruito mezza città

Piero Portaluppi fu anche un regista per passatempo "L'amatore", film sulla sua vita, ha incantato il festival

«Quello che resta di un uomo, a distanza di anni, sono gli aneddoti». Le storie che nessuno racconta. E rimangono lì. Sepolte. In una vecchia soffitta o in una cassapanca, blindata dalla polvere. Piero Portaluppi incontrò una cinepresa nel '29, l'anno della grande crisi. E forse fu l'unico amore al quale restò fedele. I filmini, in 16 mm, montati con cura e con cura titolati, erano conservati nel ventre di quel mobile in legno. Cassaforte dei ricordi.

Erano riposti con ordine e l'ambizione silenziosa di essere proiettati. Ma nessuno li guardò mai. Il regista amatoriale era stato dimenticato. Un po' come l'architetto, l'altra metà del suo profilo. L'uomo che si legò al magnate dell'elettricità, Ettore Conti, sposandone la nipote Lia. L'uomo che ristrutturò la casa degli Atellani. Disegnò il sagrato del Duomo. Inventò il palazzo dove avrebbe avuto sede la Banca commerciale italiana e oggi le Gallerie d'Italia. Progettò villa Necchi Campiglio a due famiglie della borghesia industriale colta - le sorelle Nedda e Gigina Necchi e Angelo Campiglio, marito di quest'ultima - che cercavano una residenza comoda in una zona tranquilla e ora è museo del Fai. Diede un volto a casa Crespi. Allo stabile di via Foppa 4. All'edificio d'angolo fra via Foppa e via Coni Zugna. A Casa Portaluppi. L'uomo che progettò tutto questo e molto altro è finito nell'oblio. Tre volti che si stemperano e si dissolvono sul vetro trasparente del nulla. L'architetto. Il cineasta dilettante. Il docente universitario di architettura.

A fondo. Negli abissi della memoria. Come il sacco con le pietre che lasciò cadere nel lago Maggiore per scoprire quanto fosse alto. Pochi giorni dopo avervi comprato dimora. Ad entrare in quella cassapanca è stata Maria Mauti. Milanese. E regista davvero. L'ha aperta Piero Portaluppi, che dal nonno ha ereditato il nome oltre a quel mobile. L'amatore, fuori concorso a Locarno, racchiude gli aneddoti raccontati dalla voce di Giulia Lazzarini. La storia di un personaggio dannunziano che al Vate aveva rubato la forma del viso e il pizzetto. E forse anche le donne. Un uomo che dalla vita ha avuto ogni bene. Successo. Talento. Potere. Intelligenza. Amore. Ricchezza. E con la guerra ha perso tutto. La morte del figlio Oreste nel mare di Algeri e il suo corpo mai recuperato hanno prosciugato una creatività fino ad allora florida. E Piero ha smesso di essere Portaluppi.

Il resto lo hanno decretato gli anni. Lo scolorirsi di una memoria che oggi consente a molti di guardare L'amatore come un film originale. Non la vita di un artista. Un seduttore che non si vergognò di osare. Con la costruzione della centrale elettrica di Crevoladossola stabilì i criteri del bello. Anche uno stabilimento - perfino il più anonimo - non doveva rinunciare a mostrare la sua personalità. Ne venne fuori una costruzione neoclassica. Erano gli anni tra il 1923 e il 1925. I primi dell'era fascista. E con gli stessi principi tratteggiò la fisionomia della Società ceramiche italiane di Laveno.

Linee che si ripetevano nel Planetario Hoepli a Milano. E in casa Crespi, poco distante. In corso Venezia. Portaluppi si avvicinò al Duce ma non si lasciò sottomettere. Con il regime fu in ottimi rapporti e lo compiacque. Ma non se ne fece mai schiavo. I profili architettonici risentirono però degli influssi mussoliniani. Il palazzo della Ras in via Torino e la stessa casa Portaluppi mostrano le linee squadrate e i marmi di tanti edifici imponenti. Ma senza cuore. Né palpiti.

La cassapanca custodiva ricordi casalinghi di tante gite spensierate. Le prime sciate sull'acqua del lago. Il plauso deferente all'entourage del pigmalione Ettore Conti. E il benessere crescente che Portaluppi regala progressivamente alla sua famiglia. Il matrimonio della figlia Luisa. Le gite universitarie con gli allievi del Politecnico.

Lo sguardo alla vita è ironico. Disincantato. Di chi osserva per togliere quel velo ricamato di drammatica serietà sussiegosa. E osservare i giorni con il sorriso. Eclettico e agnostico, il Portaluppi scolpito nei fotogrammi non si lascia rapire dalla tristezza. Ma la svolta è dietro l'angolo della storia. La bufera bellica che si porta via Oreste è senza ritorno. Nel '45 l'uomo che ha costruito Milano è un padre che non ha più nulla di dannunziano. Reclama la salma del figlio. Maledice la tomba vuota. Corre ad Algeri quando sembra che ne siano stati ritrovati i poveri resti. Nobiltà e pietas. La cassapanca è l'archivio di una vita. Una famiglia. Una stirpe, forse. È una galleria onesta. Con un'amante in 16 mm. Perfino. Sulla quale si glissa. Ma c'è. Perché degli uomini, quando se ne vanno, rimangono gli aneddoti.

Commenti

VittorioMar

Lun, 29/08/2016 - 12:40

...letture interessanti per la conoscenza di personaggi e aneddoti!!

Gibulca

Lun, 29/08/2016 - 17:09

Articolo scritto in modo confusionario. Si capisce poco, con tutte queste interruzioni date dai punti. Se fossi il caporedattore, lo farei riscrivere dimezzando i freni alla lettura e imponendo di non saltare di palo in frasca.

joecivitanova

Mar, 30/08/2016 - 16:36

..mah, secondo me è splendidamente scritto, anche troppo, sempre per me, non sono così 'colto' da riuscire a coglierne tutte le sfumature e dovrei conoscere anche la storia del personaggio per comprendere al meglio certi passaggi; tuttavia credo che anche la punteggiatura faccia parte dello stile dell'articolista. g.

Gibulca

Ven, 02/09/2016 - 11:15

La punteggiatura non è un pennello con dei colori che puoi usare a piacimento: segue delle regole precise oltre che delle regole di buon senso. In questo caso è usata in modo raccapricciante, al punto che oltre a togliere fluidità al discorso rende confusionario il suo contenuto.