L'arte entra a San Vittore "bottega" con i detenuti e spazio espositivo

Il direttore Siciliano: «Diamo a chi viene qui opportunità culturali». I creativi collaborano

C'è l'arte che si chiude nella sua torre d'avorio e l'arte che apre le porte dei luoghi più impermeabili. Addirittura di un carcere. Metti un direttore illuminato come Giacinto Siciliano, aggiungici una realtà da sempre attenta al ruolo sociale dell'espressione artistica come la Fondazione Maimeri, e la scommessa è lanciata: trasformare il carcere di San Vittore in una sorta di «cenacolo» in cui artisti e detenuti lavorano fianco a fianco per offrire alla città una prospettiva diversa sulla casa circondariale di piazza Filangieri e, in generale, sull'esperienza carceraria.

Non più un luogo di segregazione, un'isola inaccessibile in pieno centro tristemente impressa nei ricordi di chi ci è passato e nelle canzoni popolari meneghine, ma uno spazio aperto alla cittadinanza in cui l'esperienza della detenzione diventa occasione per liberare energie creative. Non è semplice, ma le premesse ci sono tutte. «San Vittore - dice il direttore Siciliano - è un carcere di transito, con tempi di permanenza fra i 30 e i 60 giorni e detenuti che provengono da situazioni di forte disagio. Vogliamo innanzitutto superare quest'idea di precarietà, dare a chi viene qui la possibilità di rimettersi in gioco proprio a partire da opportunità culturali. E intanto spiegare a chi è fuori che il carcere non è un altrove isolato, ma un posto in cui le persone possono cambiare e hanno concrete prospettive di reinserimento».

Il progetto è molto articolato e ancora in gran parte in divenire, ma si può sintetizzare in poche parole: fare di San Vittore un «posto normale», e al contempo un tassello fondamentale che si integri con le altre due realtà penitenziarie milanesi, Opera e Bollate, per creare una rete all'avanguardia. Tutto parte dalla ri-progettazione, con una rivisitazione complessiva che tocca l'organizzazione degli spazi, la scelta dei colori, la vivibilità degli ambienti. «Abbiamo coinvolto il criminologo Adolfo Ceretti, l'architetto Stefano Boeri e molti artisti tra cui Max Papeschi, Domenico Pellegrino, Stefano Pizzi, Ali Hassoun, Domenico Marranchino, Maurizio Temporin, Alessandro Gedda, Omar Hassan, Tom Porta, Save The Wall, Marco Lodola, Rudy Van der Velte e altri, chiamati a portare l'arte all'interno del carcere e a lavorare con i detenuti», spiega Silvia Basta, della Fondazione Maimeri, che si è lanciata con entusiasmo nell'iniziativa. «Vorremmo realizzare uno spazio espositivo permanente aperto alla cittadinanza per favorire la permeabilità fra la città e il carcere. Parallelamente pensiamo a eventi, mostre e appuntamenti culturali, a partire da aperitivi a cura della Libera scuola di cucina, con concerti, presentazioni di libri, rappresentazioni. Il primo, con musica, è stato organizzato ieri sera, nel cortile della sezione femminile, in occasione della commemorazione del drammatico omicidio di Francesco Di Cataldo, agente di custodia ucciso dalle Brigate rosse il 20 aprile 1978. E già si pensa a un calendario strutturato con almeno un paio di appuntamenti mensili.