L'asse tra Sala e Renzi fa male a Milano e alla sua autonomia

Questo rapporto privilegiato con il premier sarà un boomerang per il sindaco e la città

«Per Milano sarebbe un vantaggio avere un sindaco vicino al governo. Non solo politicamente, ma per relazioni consolidate, visto che in questi anni ho lavorato per Expo fianco a fianco con quasi tutti i ministri». Lo ha ripetuto come un mantra in campagna elettorale, eppure questo flirt con Matteo Renzi e i suoi potrebbe presto rivelarsi per quello che è, un boomerang. Buono come slogan per i testa a testa in tv rischia di diventare per Beppe Sala una sòla clamorosa sul campo. Mr Expo si è infatti fatto eleggere anche in virtù di un rapporto privilegiato con Roma grazie al quale oggi Milano dovrebbe beneficiare di un trattamento speciale. Peccato che, mentre nella corsa verso Palazzo Marino si era parlato di maggiore autonomia del capoluogo lombardo e dell'area metropolitana, da Palazzo Chigi siano arrivate solo mancette. Cioè quei 110 milioni da incassare entro la fine del mese annunciati dal premier lunedì all'assemblea di Assolombarda e che dovrebbero essere una parte di quel famigerato «Patto per Milano» che prometteva ben 2,5 miliardi. Niente più: solo qualche finanziamento per le periferie, per il welfare, per i trasporti. Spiccioli, per ora, che alla città costeranno una sponsorship per il «Sì» al referendum senza precedenti. Una campagna elettorale extra che sottrarrà tempo ed energie ad un sindaco che, per definizione, dovrebbe essere dedito solo ed esclusivamente ai suoi cittadini, sia che l'abbiano scelto, sia che abbiano votato per qualcun altro. Sia che appoggino la Renzi-Boschi, sia che ne ignorino l'esistenza. Tralasciando, in ogni caso, il merito di una mossa fuori luogo contro la quale si sono già spesi consiglieri di opposizione e non, fa sorridere, se non altro, che Sala vada a Roma a dirigere il coro dei sindaci che voteranno una riforma la quale va contro i loro stessi interessi. Perché che il nuovo Titolo V sia la morte del federalismo fiscale è evidente. E per quanto Maria Elena Boschi vada in giro per campanili a parlare di una «local tax» che ristabilirebbe il giusto rapporto tra tributi locali e servizi ai cittadini, sta di fatto che la sua legge accentra e «statalizza» le capacità di spesa, rendendole ostaggio del giogo europeo. Perciò o Beppe Sala ha invocato più volte l'autonomia in malafede, oppure adesso ha cambiato idea: «Il processo di federalismo fiscale deve riprendere da dove si è interrotto. Va aperta una contrattazione sulle quote di tributi di pertinenza della Città metropolitana attualmente ritrasferite al governo» aveva dichiarato a maggio.

Persino Francesca Balzani, durante le primarie del Partito democratico, in uno strano slancio leghista aveva promesso che avrebbe condotto una crociata all'interno dell'Anci contro i trasferimenti delle tasse milanesi a Roma. Perché - e questo è il cruccio dei dem in Lombardia e in tutte le regioni del Nord la spinta autonomista cozza con una riforma alla quale i due segretari renziani (metropolitano e regionale) non possono obiettare neanche una virgola. Peccato, perché il problema dell'autonomia di spesa non lo avrà soltanto Beppe Sala, ma anche il futuro governatore della Regione. Sia che si chiami ancora Roberto Maroni che non con una certa dose di provocazione ha chiesto a Renzi un patto da 10 miliardi sia che si chiami, tanto per fare un esempio, Maurizio Martina. Il quale, guarda caso, proprio in un'intervista domenicale ha annunciato mancette in arrivo anche al Pirellone. E chi l'avrebbe detto. Del resto nel 2018 oltre alle regionali potrebbero esserci anche le politiche. Sempre meglio muoversi per tempo.