L'attualità del film di De Sica: ieri e oggi, vince il furbetto

Aveva un bambino da mantenere. E la guerra era finita da un attimo. All'epoca, la bicicletta serviva per lavorare. Antonio lo sapeva. E sua moglie, pure. Tanto che aveva impegnato le lenzuola pur di riscattarla al banco dei pegni. Suo marito - finalmente - poteva riprendere ad attaccare manifesti. Ma uno solo fu sufficiente. Mentre incollava Rita Hayworth, l'affascinante Gilda che fece innamorare Orson Welles in un batter d'occhi, la bici sparì. E fu sempre un batter d'occhi.

Con Ladri di biciclette , De Sica vinse un Oscar. Miglior film straniero. Era il '49. Anni di neorealismo. E non scritturò divi di celluloide. Lamberto Maggiorani, il protagonista, lavorava alla Breda. Non aveva mai visto un set. Come Enzo Staiola, il piccolo Bruno. E Lianella Carell, sua moglie nella finzione. Alla fine delle riprese, Maggiorani tornò a fare l'operaio. Dopo dieci anni si ricordò di essere un buon caratterista. Staiola frequentò i registi per un po'. Poi scelse il Catasto. E fece l'impiegato fino alla pensione. Solo la Carell restò nel giro. E finì per scrivere i testi di Pronto Raffaella? e Fantastico 12 .

Erano gli anni Ottanta e Novanta. Più di tre decenni di società italiana bruciati in un baleno. La bicicletta non serviva più per lavorare. I tanti Lamberto Maggiorani dell'immediato Dopoguerra ora mangiavano da Burghy e McDonald's. L'Italia della ricostruzione e quella fin de siècle erano galassie lontane. Solo un sopruso mai era cambiato. Allora come oggi. L'Antonio di De Sica, al quale i ladri rubarono la bicicletta, impedendogli di lavorare e guadagnar da vivere, è lo stesso Antonio di oggi che deve andare a rintracciare la bici a Senigallia o a Porta Portese. Fra i ladri. Riverirli. E trattare con loro. La giustizia non aiutò l'attacchino a trovare il mezzo del suo sostentamento. Non del suo trasporto. Oggi snobba un Antonio Ricci qualunque, beffato da un manigoldo. E gli ride in faccia. Perché l'Italia dei furbi è nata. Ma non è mai morta.