«A Lecco non era mafia ma una cricca di affaristi»

Non era una cupola mafiosa ma una qualunque cricca dedita alla spartizione degli appalti, anche se tra i tanti coinvolti c'era un signore con importanti parentele nella 'ndrangheta. É un ridimensionamento netto, e in fondo consolante, quello che il giudice preliminare Roberto Arnaldi compie ieri della inchiesta «Metastasi», condotta dal pool antimafia della Procura e sfociata nella retata del 2 aprile 2014. Gli imputati che hanno scelto la strada del rito abbreviato, tra cui l'ex consigliere comunale del Pd a Lecco, Ernesto Palermo, vengono condannati per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d'asta. Ma cade il reato di associazione mafiosa, e di conseguenza le pene agli imputati vengono più che dimezzate rispetto a quanto chiesto dalla Procura (sei anni invece di sedici per Palermo). Finora - come hanno sottolineato i difensori di Palermo, Maria Teresa Zampogna e Armando Veneto - tutte le indagini compiute negli ultimi anni dalla Procura milanese si erano concluse con la ratifica dell'accusa di mafiosità.

Palermo -passato prima dell'arresto dal gruppo Pd al gruppo misto - era accusato in particolare di essersi mosso per garantire al clan l'assegnazione di un'area pubblica sul lago di Como. La presenza tra i suoi complici di Mario Trovato, fratello del crudele Franco Coco Trovato, per anni signore dei clan calabresi nel lecchese, evidentemente secondo Arnaldi non dava di per sè al gruppo la «forza di intimidazione» tipica delle organizzazioni mafiose.