Lega, Salvini contro Bossi Resa dei conti nel Carroccio

Ieri Matteo Salvini era in Toscana, comizio a Firenze per tentare nuovamente quello sfondamento sotto la linea del Po già tentato dalla Lega dell'era post Bossi e ultimamente un po' in crisi. Nuova e allo stesso tempo vecchia frontiera di un Carroccio consapevole di doversi giocare alle elezioni europee di maggio una battaglia per la sopravvivenza la cui asticella è fissata dallo sbarramento al 4 per cento. Condizione per poter tornare a Strasburgo a rivendicare un'Europa dei popoli contro quella dell'euro e dei banchieri.
Ma il futuro più prossimo è sabato, quando da eleggere c'è il nuovo segretario federale dopo che Roberto Maroni ha deciso di dedicarsi interamente al suo ruolo di governatore della Lombardia. Prima volta delle primarie in salsa leghista per un partito più abituato a seguire il Capo (come ancora i leghisti chiamano Bossi) che a indicare la strada. Ma a dire che il vento sta cambiando c'è quella fatica di Bossi a superare le mille firme (molte nel Veneto, poche in Lombardia) necessarie per la candidatura e quello slancio con cui Salvini ha superato quota 4mila. Ma sono gli irriducibili bossiani a promettere il colpaccio. Maroni la sua l'ha detta. «Alle nostre primarie voteranno 20mila militanti. Nella scelta fra Salvini e Bossi sceglieranno con saggezza l'investimento giusto per il futuro della Lega». Chiaro il riferimento al quarantenne Salvini, mentre Bossi ha più volte ribadito di volersi riprendere una Lega «distrutta» da Maroni. Attacchi che si son fatti silenzio dopo il riapparire del fantasma di un processo a Bossi e alla sua famiglia con l'accusa di truffa e appropriazione indebita nell'inchiesta sull'uso disinvolto dei fondi pubblici. Roba che fa infuriare i militanti abituati a non perdonare le ruberie altrui, figurarsi quelle in casa propria. Ma il veleno è corso in via Bellerio dove gli irriducibili del Senatùr ricordano il passato da ministro dell'Interno di Maroni e rimettono in circolo la teoria del complotto contro l'Umberto.
Salvini sta lontano dalla polemica. Non vuol rischiare l'accusa di parricidio e per Bossi (almeno in pubblico) ha solo parole di gratitudine. «La cosa che davvero ci differenzia - la linea dell'eurodeputato - è che io voglio far guerra all'euro. La Lega sparerà ad alzo zero contro i banchieri in nome del nostro popolo e delle identità territoriali». E non a caso proprio Salvini l'altro giorno in Provincia ha indossato il berretto rosso dei bretoni a ricordare le rivolte fiscali nella Francia del XVII secolo. Al tavolo anche Alain De Benoist, filosofo e storico fondatore della Nouvelle Droite francese e grande teorico dell'antiglobalizzazione e del comunitarismo. Lotta all'usurocrazia, al pensiero unico in difesa delle piccole comunità e della famiglia tradizionale e poi il primato della politica sull'economia i temi trattati insieme. «Il vescovo di Como Maggiolini - ha raccontato Salvini - mi aveva rimproverato per l'atteggiamento troppo moderato della Lega. Dobbiamo alzare il tiro e iniziare a far capire a Bruxelles e ai suoi gabellieri di Roma che la pazienza è finita». Per nulla d'accordo Bossi. «Non capisce niente, se vogliamo uscire dall'euro ci sparano».