La leggenda di Biagio tra il panettone e la gola da benedire

La storia del santo di origini armene venerato in città dopo la Candelora e festeggiato con il dolce tradizionale

Quella dei confini è storia complessa. Nelle demarcazioni geografiche non meno che nelle avventure degli uomini. E se oggi Sebaste è località turca che ricade sotto una versione tollerante del credo musulmano, nel 316 era Armenia. Una terra che con i turchi avrebbe avuto - nei secoli - poca dimestichezza e infinita sofferenza. Biagio era nato proprio lì. Cattolico come l'intera regione. Allora. Frontiera abrasa. Come quella che sembra legare la gola al panettone. Collegati al culto del santo e, a Milano, particolarmente sentiti. Poco o nulla invece lega il dolce all'ingordigia. Come nulla unisce l'allora vescovo alla sua terra dilaniata e contesa.Biagio fu martirizzato nel 316. E questa è un'altra storia di confini oscillanti. Tre anni prima della sua morte, l'editto di Costantino liberalizzava il culto. Si poteva pregare Dio, insomma, anche di fronte ai templi consacrati alle divinità dell'Olimpo. Limiti dissolti. Ma solo in teoria. Licinio, imperatore della romanità d'Oriente, non apprezzò quel vescovo che rifiutò di abiurare il suo credo. Ne fece straziare le carni con pettini di ferro. Siccome non morì, fu decapitato. Frontiera rinnegata.

Oggi in città se ne celebra la memoria, mangiando il dolce tradizionale e benedicendo la gola. Confine insolubile. All'apparenza. Il segreto di Biagio sta nei suoi miracoli. L'agiografia armena dice che il vescovo guarì uomini e animali a rischio di morte per soffocamento, dopo essersi conficcati nella laringe spine o bocconi traditori. Era un medico, Biagio. Ma non usava medicine. Pregò Dio di non far morire chi lo avesse invocato con problemi di ingestione. E Lui lo ascoltò. Da allora Biagio protegge le gole. E il 3 febbraio è il giorno destinato alla benedizione di questo tratto gutturale. Due candele incrociate e un preghiera. Il sacerdote disegna la croce con il gesto della mano e questo sarebbe stato il primo vaccino antinfluenzale della Storia. E non solo.Il confine è oscillante anche tra San Biagio e la Candelora. Spesso confusi tra loro. In realtà passano solo ventiquattr'ore. Quest'ultima è nome popolare per la Purificazione di Maria, celebrata il 2 febbraio. Usanza antica. Secondo la tradizione ebraica, le giovani madri, considerate impure del sangue mestruale nei 40 giorni dalla nascita del figlio maschio, dovevano recarsi al tempio per emendarsi. E dal 25 dicembre a ieri stanno appunto 40 giorni. Neanche la Madonna si sottrasse al rito che prevede l'uso di due candele. «Simboli di Cristo, luce del mondo».

Nel mosaico che mescola religioni e culti, santi e imperatori - appunto senza confini - sembra non esserci posto per il fatidico panettone. Eppure. La leggenda vuole che, in un lontanissimo Natale, una massaia ne avesse portato uno a un frate di sua conoscenza perché lo benedicesse. Questi, di nome Desiderio, accampando i suoi molti impegni, si fece lasciare il dolce, invitando la donna a tornare a riprenderlo il giorno dopo. Ma questa se ne dimenticò. E non per qualche ora soltanto.Nel frattempo Desiderio, che lo aveva offerto a Dio, decise di offrirlo anche a se stesso. E lo mangiò tutto. La massaia recuperò la memoria di quel dolce, lasciato al monaco, solo molto tempo dopo. E si ripresentò a reclamarlo proprio il 3 febbraio. A Desiderio si gelò il sangue e si profuse in mille scuse, ma quando andò a prendere l'involucro scoprì che, miracolosamente, era comparso un altro panettone. Il doppio più grande di quello che la donna gli aveva portato e lui aveva piluccato. Fetta per fetta.Il miracolo, profano assai, fu attribuito a San Biagio anche se - con tutta certezza - il vescovo martire nulla c'entrava con la ghiottoneria del monaco e lo scorno della sua conoscente. Finì che da allora nacque un'usanza. Conservare almeno un pezzetto del panettone di Natale e mangiarlo il giorno di San Biagio. Cioè oggi. Magari con una doppia benedizione. Per il dolcetto. E per la gola. Non si sa mai.

Commenti

Luchy

Mer, 03/02/2016 - 10:05

San Biagio, Vescovo di Cento ( FE ) e presente nel momento in cui Attila "scendeva le Valli per attaccare Roma" e passava attorno a Cento e "non la vedeva perchè tutta ricoperta da nebbia, un muro spesso ben di più di quelle nebbiose giornate di oggi", tra i Miracoli di Biagio. Allora, Cento era quasi tuttta su Palafitte, essendo zona paludosa e sorgiva : infatti, nel simbolo della Città, campeggia il Gambero che, allora, era una delle fonti non solo di sostentamento come le Carpe ed i Pescigatti, ma profiqua commercializzazione in ogni dove della produzione. A Cento è Festa, la Chiesa di San Biagio è per i 15 giorni precedenti al 3 Febbraio, meta di continui pellegrinaggi per "Benedirsi con il Cordone Benedetto la Gola, così come fece Biagio con una intera famiglia che stava morendo a causa delle Lische conficcate per una Carpa" mangiata la sera precedente. Io sono nato a Cento ed ho fatto il Chierico per anni, tra gli 8 e i 10 ( oggi oramai 70 ).