Le leggi che non possono essere rispettate il commento 2

di Enrico Lagattolla

L'ennesima bufera si è abbattuta sulla Lombardia, riaprendo capitoli che si sperava fossero ormai chiusi. Sono accuse - e non è un bel segno - che suonano ormai familiari: appalti truccati, la pubblica amministrazione svenduta ai privati, cordate consociative che si spartiscono la torta delle grandi opere. Nel nuovo scandalo regionale manca la corruzione, ma il rischio è che manchi per ora. La Procura, infatti, continua ad indagare, e lo fa con i suoi pesi massimi: Alfredo Robledo, titolare del fascicolo che ha portato all'arresto di Antonio Rognoni, e Ilda Boccasini, che nell'ombra sta lavorando a un'inchiesta di cui ancora non si sa nulla, se non che in qualche modo incrocia circostanze emerse in quest'ultima tempesta giudiziaria. Ma aldilà di verbali e intercettazioni, la buriana ripropone il tema cruciale delle regole. Perché oltre a rispettarle (condizione ineludibile in uno Stato di diritto), che dire di quelle norme che appaiono pensate per essere fraintese o forzate? O ancora, cosa fare di quelle norme che sembrano contraddire il buonsenso?
È un tema che riguarda ovviamente il legislatore e non la magistratura, che le regole deve solo farle rispettare. Ma quello che gli atti dell'inchiesta su Ilspa raccontano, è che dei manager pubblici - con tutta evidenza capaci - si sono trovati nelle condizioni di agire con troppa naturalezza borderline, e forse anche oltre anche perché c'erano scadenze da rispettare, c'era un impegno preso di fronte a una platea mondiale - l'Expo - che dovessimo mancare ci consegnerebbe a una figuraccia planetaria. E di una struttura - Regione Lombardia - che al suo interno sembra non avere figure professionali in grado di gestire progetti di tale portata, trovandosi ancora una volta a un bivio: procedere con i bandi pubblici per affidare la stesura dei contratti di appalto (con i tempi che questo comporta e con l'incognita degli immancabili ricorsi al Tar), o assegnare direttamente il lavoro a un gruppo di consulenti privati e fidati, che hanno lautamente banchettato. Intendiamoci: questo tipo di gare non si possono «spacchettare», e se così è stato i responsabili ne risponderanno penalmente. Ma due passaggi nelle centinaia di pagine compilate dalla Gdf spiegano bene quale fosse la situazione nella quale si muoveva Rognoni.
Il primo dice che Ilspa «ha scelto di aggiudicare comunque e nel più breve tempo possibile l'opera strategicamente più importante per Expo (la «Piastra», ndr)» per «l'incomprimibile ritardo che ostacolava gravemente il completamento del sito in tempo utile per l'avvio della manifestazione espositiva». Tradotto, la procedura corretta era di fatto impraticabile, salvo il fallimento di Expo. Il secondo sottolinea come Infrastrutture Lombarde sia «una società di punta del sistema regionale», ma è emerso che non era «adeguatamente supportata da una struttura tecnico-organizzativa interna idonea e qualificata». Ovvero, la Regione non aveva le competenze per preparare le gare d'appalto, avrebbe dovuto cercarle di volta in volta attraverso un concorso pubblico, e siamo punto e accapo. Non è colpa delle norme se la corsa a Expo è una corsa in costante affanno, e nemmeno se Ilspa ha preferito le scorciatoie alle regole. Perciò fiat iustitia, ruat caelum. Sia fatta giustizia, anche se i cieli dovessero cadere. Ma con il dubbio che a volte sia proprio la legge dello Stato a condannare lo Stato all'inefficienza.