Lesbiche contro gay «Ci discriminate sulla sexy-street»

Si scrive «pink washing» («sciacquare di rosa») si legge, nell'accezione di genere, la promozione dell'atteggiamento amichevole nei confronti dei gay da parte di un'azienda e o di un ente politico nel tentativo di smussarne aspetti considerati negativi. In questo caso il termine viene accostato al progetto della Gay street in via Sammartini del Comune. A muovere una critica feroce contro l'iniziativa partita da una consigliera comunale del Pd Rosaria Iardino, che si è attirata le critiche di quasi tutta la maggioranza, sono «Le lucciole» il collettivo femminista lgbt. A finire nel mirino è tutta la città dell'Expo, dove «la dicotomia di genere continua ad affermarsi con prepotenza». Tramonta definitivamente quell'ideale città dei diritti tanto sbandierata dagli arancioni in campagna elettorale.
All'inizio di aprile su queste pagine abbiamo raccontato del progetto di riqualificazione di via Sammartini, dove sono presenti alcuni locali gay, che prevede l'eliminazione del degrado e della microcriminalità e un restyling urbanistico per creare una Gay Street pronta ad accogliere i turisti di Expo. «I responsabili del progetto - scrive il collettivo - tra cui la consigliera Iardino del PD, hanno dichiarato che “l'indotto italiano annuo del turismo gay ammonta a 2,7 milioni di euro. Un bel business“. Si risciacqua di rosa il commercio, i soldi, il capitale. Il “pink washing” generalmente si presenta come un fenomeno commerciale che crea nuovi bisogni soprattutto per gli omosessuali uomini e propone, o meglio, vende, le soluzioni».
«Le lucciole» contestano anche nel merito la costruzione del percorso di ufficializzazione della Gay street: «Il progetto è studiato a tavolino tra Comune e privati, che ha escluso, fino ad ora, la collaborazione con le associazioni lgbt di Milano; si inserisce in quel disegno comunale più grande di “pulizia” della città. Non c'è la volontà di risolvere i problemi che stanno a monte del degrado di alcune zone, ma piuttosto quella di spostare il degrado fuori dal centro, fuori dalla zona turistica, e farlo vestendo gli abiti dei custodi dei diritti della popolazione lgbt». Il «pink washing» dicevamo: con la scusa di pensare ai turisti gay che verranno in città - sostengono le femministe - si sposta il degrado in via Sammartini appunto. Ma è anche Expo con i suoi contratti a termine, avallati dai sindacati, che penalizzerà ulteriormente le donne: «Con Expo sarà accelerata la flessibilità lavorativa che sempre ha caratterizzato il settore femminile, con una forte incidenza negativa sulle possibilità di autodeterminazione delle donne stesse - scrivono -. È evidente quindi che la Milano di Expo non è una città aperta alle necessità di donne e lgbt né lo vuole essere. Nella metropoli-vetrina la dicotomia di genere continua ad affermarsi ostinatamente». Che fine ha fatto la «città giusta ed eguale, laica e plurale, di cittadini consapevoli dei propri diritti, in cui nessuno si senta ospite o estraneo» vagheggiata da Giuliano Pisapia candidato sindaco?