Limonta scrive a Obama: «Ma perché non mi vuoi?»

Caro Obama ti scrivo. Il braccio destro del sindaco Paolo Limonta si è montato la testa? Forse. Ieri ha preso carta e penna per scrivere una dura «lettera aperta» al presidente degli Stati Uniti d'America. Per farla girare più velocemnete l'ha pubblicata su Facebook, stesso sistema adottato per fare fuoco e fiamme dopo che il 3 giugno gli è stato negato il visto per un viaggio di piacere con moglie e figlio negli Usa. L'America rimbalza il fedelissimo del sindaco, titoloni da far sfiorare l'incidente diplomatico. Ma Oltreoceano non si sono intimoriti, anzi. Giovedì scorso è arrivata una nuova mail dell'Esta e la dicitura «viaggio non autorizzato» è comparsa anche sotto i nomi della moglie Barbara e del figlio adottivo Rahul, di 19 anni. Apriti cielo. Il coordinatore dei comitati arancioni, consulente (gratuito) del sindaco per i Rapporti con la città, non ci ha più visto. «Rahul mi ha guardato stupito e mi ha detto: "Non ci credo, papà. É uno scherzo, vero?" - racconta ad Obama -. Non ho gli strumenti per rispondergli. I suoi apparati di sicurezza anzichè rendersi conto della sciocchezza fatta negando a me l'autorizzazione, hanno risolvere il problema alla radice impedendo il viaggio a chi mi è vicino».
«Io - scrive Limonta ad Obama - non sono che uno dei sei miliardi di abitanti di questo pianeta, ma mi auguro che nonostante le enormi questioni cui deve far fronte, riesca a leggere questa lettera perché potrebbe davvero esserle molto utile». Per il proprio, Limonta non ha dubbi: il divieto «derivi dal mio impegno per la pace e per i diritti umani» svolto «sempre alla luce del sole» in Iraq, Kurdistan, Messico, India, Palestina. Di cui non rinnega nulla. Nel '94 si licenziò per coordinare il progetto «Un ponte per Baghdad» e lavorare con le ong in Iraq durante la Guerra del Golfo. Da portavoce dell'associazione Azad-per la liberazione del popolo curdo nel Duemila a Milano e Roma è stato alla testa di tanti cortei per la scarcerazione del leader del Pkk, il partito dei lavoratori curdi, Abdullah Ocalan. Ma cosa c'entra, insiste Limonta, «un ragazzo di 19 anni?». «A me e alle mie sorelle - racconta ad Obama - hanno sempre insegnato il rispetto per la democrazia, la libertà di pensiero, la possibilità per ognuno di poter esprimere le proprie idee e le proprie convinzioni», valori «sentiti affermare più volte da lei e che, mi scusi, contraddicono ampiamente una scelta incomprensibile, sbagliata e profondamente ingiusta». Rahul ha gioito «come me per la sua elezione» a differenza di «personaggi un pò razzisti che hanno molto ironizzato sulla mia non autorizzazione e non l'avrebbero mai votata per il colore della sua pelle. Io non smetterò di lottare perché diventi migliore e credo lo stia facendo anche lei, ma oggi spieghi a mio figlio come si può conciliare la volontà di cambiamento con la non accoglienza di un ragazzo che vorrebbe venire nel suo Paese e non può farlo».
Per il capogruppo di Fdi Riccardo De Corato «il principale collaboratore del sindaco sta trascinando Milano nel ridicolo con una lettera delirante in cui mette sotto processo Obama e tutta la diplomazia Usa. Chiedo a Pisapia: come si fa a nominare dirigente dell'Ufficio Relazioni con la Città un personaggio senza alcuna competenza di relazioni istituzionali? E fino a che punto è "gratuito" occupare una posizione di prestigio, che procura visibilità mediatica, e dovrebbe spettare a uno dei tanti specialisti a spasso?».