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L'artista romano atteso sabato al Carroponte di Sesto San Giovanni: «Portare la musica in un'ex area industriale è un recupero gioioso»

Il cartellone del Carroponte si illumina sabato prossimo (ore 21.30, ingresso 30 euro) della presenza di Francesco De Gregori: un gran colpo per il festival estivo musicale nella ex area Breda di Sesto San Giovanni che ospita sul proprio palcoscenico il cantautore romano in tournée sull'onda del greatest hits «Vivavoce». De Gregori rilegge i suoi brani in studio e dal vivo, e guarda benevolo al proprio passato: il 22 settembre lo attende una serata storica all'Arena di Verona, insieme ad artisti come Ligabue, Elisa, Malika Ayane, Caparezza, Fedez, Giuliano Sangiorgi, Checco Zalone, Fausto Leali, pronti a festeggiare con l'autore di «Buonanotte Fiorellino» il quarantennale dello suo storico album «Rimmel».

Un tempo si diceva che De Gregori fosse di carattere chiuso, presto la si vedrà interagire con artisti molto diversi da lei, come ad esempio Fedez? Cos'è accaduto?

«Col tempo si cambia. Da circa una decina d'anni mi sono aperto di più. Ma questo non ha a che fare con le collaborazioni. Tutta la mia carriera è stata scandita da incontri con amici e colleghi, penso a Venditti, Mannoia, Pino Daniele, Dalla».

C'è chi dice che le sua ultime esperienze da palco con l'amico Lucio Dalla abbiano influito...

«Lucio mi ha sempre fatto bene. Era un uomo generosissimo, che si dava in pasto al pubblico. Si divertiva e mi spingeva in questo senso».

Così come ha ha fatto con i brani riarrangiati in “Vivavoce”, anche a Verona rivisiterà quelli di “Rimmel”? O rassicurerà il suo pubblico a colpi di nostalgia?

«Sarà una serata diversa, un pastiche musicale, con artisti di età e generazione diversa. Per forza di cose i brani saranno in bilico tra passato e novità. Ma devo ancora provare con loro, quindi è presto per dire cosa uscirà dalla serata. So per certo che non sarà un concerto ingessato, improvviseremo».

Cosa pensa De Gregori della scena musicale di oggi? Un genere come l'hip hop la incuriosisce?

«Tutta la musica mi incuriosisce. Visto che parla di hip-hop, dico che sono felice di avere Fedez all'Arena. Lui peraltro è un talento che oggi usa il rap, domani potrebbe esprimersi in altro modo. É molto aperto, lui sa di suono e ha parecchie cose in testa»

Ylenia Lucisano aprirà il suo concerto: la conosce come artista?

«Abbiamo suonato sullo stesso palco anche a Catanzaro. Lei fa pop, musica diversa dalla mia, ma è una bravissima cantate, dotata e professionale. Lei sul palco non sbaglia, è solida come il ferro».

Il Carroponte si svolge in area ex Breda, luogo legato a un passato operaio e di lavoro, recuperato e riqualificato: questo porterà un significato in più per lei?

«I muri portano la storia con sé, non sarò inconsapevole di ciò che avveniva in quel luogo. Dai sacrifici alle sofferenze di chi ci lavorava. Portarci dentro la musica, una festa, è un recupero, non solo archeologico ma gioioso, umano e personale».

Poche settimane fa a Lucca lei ha aperto il concerto di uno dei suoi idoli, Bob Dylan. Inutile dirle che molti muoiono dalla curiosità di conoscere aneddoti del dietro le quinte tra voi due. Chissà, magari una collaborazione?

(sorride) «Devo dire la verità? Quella sera ero ben felice di suonare prima di Bob ma quando ho finito il mio set sono scappato. Non ho nemmeno ascoltato il suo concerto. Non che non lo volessi sentire, però percepivo un po' troppa curiosità generale, tutti aspettavano di vedere se sarebbe successo qualche cosa. Ho preferito andar via, ma già da ora dico che a ottobre sarò a Parigi per un concerto di Bob. Ci siamo ripromessi una chiacchierata, ma la collaborazione non è da pensare. Suonare con qualcuno significa avere una dimestichezza reciproca particolare, i nostri modi di suonare oggi sono troppo lontani».

Dylan ha spiazzato tutti cantando Sinatra. Lei farebbe qualcosa del genere?

«Ma io già faccio una cosa del genere! Io dal vivo ho cantato “A chi“ di Fausto Leali, scusate se è poco...»

Qual è il rapporto di De Gregori con Milano?

«Per molti anni non l'ho frequentata. Vivevo a Roma e non provavo molta curiosità. Era prima che diventassi cantante, le distanze erano anche superiori rispetto a oggi. Anche la topografia a circonvallazioni di Milano mi destabilizzava: noi romani siamo abituati alle strade che si incrociano. Poi nei primi anni '70 ho cominciato a familiarizzare con la città. Ultimamente poi Milano ha avuto un decollo verticale di bellezza estetica, più esibita. Prima le cose preziose andavano scoperte, dentro i cortili. L'Expo è servita a recuperare alcuni spazi, come la Darsena. Oggi mi sembra una città dove è più facile vivere, a portata d'uomo»

Nel suo celebre brano “la leva calcistica della classe '68” lei ha cantato come nessun altro il calcio dal sapore antico e ideale. Oggi la sua Roma e le milanesi Milan e Inter si aprono agli stranieri e pensano a stadi nuovi. Si ritrova in questo calcio?

«La globalizzazione è inarrestabile. Quel che conta è che resti, in chi gestisce le squadre, la passione. Come avviene nella discografia: le grandi etichette internazionali dovrebbero sempre appartenere a figure appassionate di musica».

Francesco De Gregori