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Il direttore artistico: anche un festival è utile a colmare le lacune musicali causate dalla scuola italiana

«L'Expo porta buono alla musica: in quella di Parigi del 1889, centenario della rivoluzione francese, i grandi compositori come Debussy vennero a celebrare la Tour Eiffel. Per MiTo le orchestre suoneranno all'ombra delle torri di Porta Nuova, non meno belle». Enzo Restagno, direttore artistico del grande settembre musicale che debutta sabato per la nona edizione tra Milano e Torino, è un entusiasta. Nove anni non sono poi tanti per un festival, si schermisce, ma forse mai come stavolta MiTo ha l'occasione di farsi conoscere e apprezzare dal grande pubblico internazionale. Anche e soprattutto grazie a Expo.

Sarà la più grande edizione della sua storia?

«Chi può dirlo? Ogni anno i primi a essere sorpresi dalle reazioni del pubblico siamo noi. A volte pensi di aver prodotto poco e sei travolto dall'entusiasmo. Altre volte compi grandi sforzi e porti orchestre uniche al mondo, ma la risposta degli spettatori è tiepida. Si sbaglia sempre. Stavolta però ho letto una cosa...»

Che cosa?

«Ero a Berlino e un prestigioso bollettino musicale parlava di MiTo come dell'impresa straordinaria delle due più importanti città del nord Italia. Detto dai tedeschi mi ha inorgoglito. D'altronde non dimentichiamo che questo festival in realtà ha 39 anni, se consideriamo il trentennio sotto la Mole».

Già, Milano e Torino. Adesso, sotto sotto, si contendono il primato della rassegna...

«Vorrei sfatare quest'idea, anche perchè il sottoscritto - pur essendo torinese - ogni anno lavora col bilancino del farmacista per non creare disparità tra i due programmi e raramente il pubblico ha bisogno di spostarsi da una città all'altra per seguire uno spettacolo. Preferisco far muovere le orchestre. Vero è che ormai Milano e Torino sono separate da 50 minuti di treno, e da tempo auspico che il gemellaggio musicale si estenda alle Università, agli ospedali...».

Anche quest'anno arrivano big, come la Filarmonica di San Pietroburgo e quella del Marinskij diretta da Gergiev. Muovere le grandi orchestre costa. Ce l'avete fatta anche stavolta...

«Sì ma, come ha sottolineato il presidente Micheli, con i tagli siamo arrivati al limite. Quest'anno per i contratti ho dovuto fare i salti mortali, avendo a disposizione lo stesso budget dell'anno scorso. Se aumenteranno i tagli, bisognerà completamente ripensare il format di MiTo».

Va detto che le due città hanno identità molto diverse. Milano - tra Scala, Conservatorio e Orchestra Verdi - già sovvenziona un cartellone musicale molto ricco e qualcuno dice che di MiTo si potrebbe anche fare a meno...

«Dissento. Un grande festival rappresenta un concetto totalmente diverso perchè il suo obbiettivo, etimologicamente, è quello di rompere gli schemi, che nella tradizione musicale sono molto rigidi. MiTo propone un'offerta trasversale con lo scopo di far incontrare pubblici molto diversi, nel nome della trasversalità. Vuole qualche esempio?»

Dica.

«Sabato arriva alla Scala l'Orchestra di San Pietroburgo; domenica alla Basilica di San Marco, chiesa musicale per eccellenza, l'Orchestra della Fenice esegue la Messa cantata in Do minore di Mozart. È già previsto il tutto esaurito perchè eventi come questi anche a Milano non sono ordinari. Così come non è ordinario un programma dove ogni giorno si passa da un genere musicale all'altro, da un'epoca all'altra. Chi dice che MiTo è inutile dovrebbe spiegarmi perchè l'Austria, che è un Paese ricchissimo di musica, ha il festival di Salisburgo».

Tante epoche e tanti generi, appunto, compreso il jazz e addirittura una sezione rock. Non si rischia il minestrone?

«No, e le spiego perchè. Oggi la gente ha perso la nozione del rapporto tra musica colta e musica popolare, rapporto che è sempre esistito nel passato. I Canti Gregoriani avevano tradizioni popolari. Igor Stravinsky raccontò che, mentre scriveva Petruška nella sua casa in Costa Azzurra, inseriva nella partitura anche le canzoncine che sentiva dalla finestra. Questo per dire che un vero musicista deve saper aggiornare un ritmo anche se arriva dalla disco music. Il grande Luciano Berio la pensava esattamente come me».

Il programma è ricchissimo, 180 concerti per 20 giorni di musica. Ce n'è anche per i piccoli con il «Pierino e il Lupo» di Prokof'ev interpretato da Elio. Anche Pereira insiste sull'apertura ai ragazzi.

«Sacrosanto, perchè dobbiamo compensare il vuoto assoluto della scuola italiana che non considera la musica parte della cultura. Il risultato è che in Italia personaggi coltissimi non sanno un accidente di musica. Negli altri Paesi europei, Francia compresa, la musica è considerata una scienza, mentre il pensiero idealista crociano da noi l'ha relegata a “ispirazione“. Perfino Verdi è stato sempre considerato un... genio rozzo; eppure nella sua villa di Sant'Agata aveva una biblioteca enorme...».

Nel festival c'è una chicca di cui è particolarmente fiero?

«Sì, è l'esecuzione delle musiche di scena scritte dal fiammingo Philippe Verdelot per la “Mandragola“ di Machiavelli. Furono dimenticate per 500 anni e il pubblico di MiTo le riascolterà».