Luis, cantastorie con chitarra e dialetto

Si esibisce al Galeria di via Corelli, cerca di riavvicinare i giovani al milanese

Marta Calcagno BaldiniIl Galeria è una trattoria di cucina rigorosamente milanese ricavata nei locali di una falegnameria dei primi del secolo scorso. Si riempie al venerdì e al sabato sera, in via Corelli 27, sulla strada che dall'Ortica porta all'Idrosacalo. Niente di più milanese, tant'è che qui si trovano alcuni ristoranti in cui ancora qualcuno conosce il dialetto e sa che cosa fosse veramente la vecchia Milano, quella cantata da Gaber, da Jannacci, descritta da Testori, e che recentemente Moni Ovadia ha ripreso nel suo spettacolo «Il nostro Enzo». Il Galeria (www.galeriaanticatrattoria.it) si riempie anche perché dalla vicina Vignate arriva il Luis (accento sulla i), ovvero Luigi Varisco, settant'anni, il cantastorie che, con chitarra e dialetto, apre una finestra su un mondo che «i giovani non capiscono mica». In effetti, durante le sue serata al Galeria, quando suonando e cantando si avvicina ad una tavolata di ragazzi sui vent'anni, appare chiaramente il loro sguardo divertito, interessato, ma del tutto perso in un mare di parole ignote. Il dialetto del cantastorie («menestrello è da terroni eh, il sono un cantastorie») è una lingua in continua evoluzione, tutt'altro che morta: «Il Porta, il Balestieri, il Grassi, erano poeti dialettali più rudi. Oggi il milanese è cambiato, è più dolce. Comunque ci son sempre le influenze del latino, il francese, lo spagnolo, l'austriaco e il celtico: tutti quelli che ci han saccheggiato». Col suo tono esperto, ironico ed entusiasta, Luis racconta: «Ho anche insegnato il dialetto a scuola. Era un progetto dell' Ambrosiana, ma poi dopo un po' è finito in nulla. Il dialetto è una cosa da esercitare: io son figlio di osti, e a casa mia l'italiano si usava quasi mai». Secondo me il Comune dovrebbe prendersi davvero in carico l'idea di tramandare questa lingua».