L'ultimo no di Pisapia al Pd «Non mi rottamo ma lascio»

Davanti ai militanti, rinuncia definitiva a un secondo mandato «Spero che il prossimo sindaco (o sindaca) sia più bravo di me»

Gli hanno offerto il chupito «Giuliano ripensaci» a («un messaggio dolcissimo») ma non se l'è bevuto. Ieri mattina è comparso davanti ai cancelli dei Giardini Montanelli che ospitano la festa del Pd una locandina con l'immagine del sindaco che abbraccia gli uomini dell'Anpi e l'appello: «Giuliano ti vogliamo ancora come sindaco». Firmato: l'Unitå della sinistra. Ma Pisapia, salito ieri per l'ultima volta da sindaco sul palco della kermesse (a dire il vero farà il bis sabato, ma nello spazio libreria) ha chiuso definitivamente il tormentone rispondendo anche all'ultimo appello del segretario metropolitano del Pd: «Spero di rivederti qui in questa veste anche l'anno prossimo» ha stuzzicato. Ma ha confermato il suo no, a questo punto non più negoziabile: «Nessuno è indispensabile. Il progetto in cui abbiamo creduto deve proseguire e non posso credere che in una città come la nostra non ci siano altre persone adatte a portarlo avanti anche se non si chiamano Giuliano Pisapia». C'è chi dice sì è lo slogan della festa renziana, e fa sorridere che il più atteso sia invece una porta in faccia proprio sotto i riflettori della kermesse. «Non mi voglio rottamare - ha aggiunto - voglio continuare a lavorare per il centrosinistra unito a Milano e nel Paese e non scappo dalla città».

Ma «Unità della sinistra», come si è firmato il gruppo di cittadini nel manifesto appeso davanti alla festa, è quanto di più lontano dall'orizzonte milanese e nazionale nella sinistra in questo momento. Un clima avvelenato qui dal blitz in diretta radio del premier Matteo Renzi due giorni fa: «Giuseppe Sala sindaco mi piace tantissimo, ma dipende da lui». Un'investitura che ha scatenato la rivolta di Sel, Rifondazione e persino movimento arancione: «Non voteremo il manager Expo». Pisapia, ieri sul palco accanto al presidente Ance Claudio De Albertis (un altro citato tra i papabile per la corsa del 2016, ma sullo schieramento opposto), poteva essere l'ultima spiaggia per evitare l'implosione della sinistra ma si è rifiutato di salvare il salvabile facendo finta che il film possa proseguire anche con un altro protagonista. Il patto Pd, sinistra radicale e movimenti civici «non è il modello Pisapia, ma il modello Milano, è un progetto che deve proseguire e servire come punto di riferimento per il Paese intero, sarebbe una sconfitta se si fondasse su una sola persona. Altri hanno in questo periodo molte più energie di me per farlo. Io credo che queste persone ci siano e spero che si facciano avanti». Ricorda che alcuni candidati - Piefrancesco Majorino, Emanuele Fiano, Roberto Caputo - sono già scesi in campo. Ma gli appelli ad altri a farsi avanti confermano che non sono giudicati forti abbastanza, Il sui sogno politico, chiude, è che «il prossimo sindaco, o la prossima sindaca, sia più bravo, più capace, e più attento dell'attuale. Non so se più bello o brutto, ma che sia di centrosinistra».

Pisapia arriva ai Giardini con un'ora d'anticipo. Gli offrono il famoso chupito, si ritira per una decina di minuti col vicesegreterio Pd Lorenzo Guerini, poi passa a stringere mani a chi presta servizio volontario al bar «Bella Ciao», nelle cucine del ristorante, agli uomini del 118. Qualche applauso, qualche appello dei fan. Quando arriva quasi sul palco da lontano intonano «Giuliano canaglia», remake del «Nostalgia canaglia» di Albano e Romina già usato in campagna elettorale. E infatti non toglie le castagne dal fuoco della sinistra, anzi. Pierluigi Bersani dal palco adiacente dice che «a Milano bisogna vincere» e risfodera il suo celebre «non possiamo stare qui a pettinare le bambole». Ma la strada è tutta in salita.