Un lungo corteo colorato tra sorrisi e provocazioni

Giacca blu e camicia bianca, dietro un sorriso smagliante lui; giacca blu, trucco perfetto sotto il sole e sguardo duro, da diva abituata all'obbiettivo lei. Il fermo immagine che più empatico non si può del corteo del «Gay pride» di ieri (ventimila partecipanti, nudi ma non troppo) è quello che ritrae all'angolo tra corso Buenos Aires e viale Tunisia, a poche centinaia di metri dal «traguardo» di piazzale Oberdan Giuliano Pisapia e Cinzia Sasso. Sono le 18.25. Uno accanto all'altro, il sindaco e la moglie, insieme a gay, lesbiche, transessuali e bisex, stringono le mani sullo striscione che recita perentorio la farse lapidaria e a effetto «I diritti e le parole». A pochi passi da loro, sempre attaccato allo striscione, uno Stefano Boeri molto casual, scarmigliato e in maglietta bianca. L'ex assessore alla Cultura, incurante del suo look, ha l'aria di voler dire: «Ci sono anch'io e non potete farci niente».
Una festa che ha tagliato la città quella dell'orgoglio gay ieri pomeriggio. Un raduno oceanico. Dai tremila partecipanti radunatisi tra le 15.30 e le 16.30 all'angolo tra piazza Duca d'Aosta e via Vitruvio, davanti alla stazione Centrale, si è passati in fretta ai 5mila e poi il conto è stato difficile da tenere. Il corteo «ecologico» patrocinato con fierezza dal Comune di Milano, di Magenta e di Sesto San Giovanni, oltre che da 17 differenti associazioni, era composto da gente in bici e a piedi. Se si eccettua l'inquinamento acustico, infatti, il furgone pieno di palloncini colorati e dal quale venivano lanciati baci e coriandoli, era uno solo proprio come previsto alla vigilia. E non si è mosso prima delle 16.45 al suono della musica di Siouxsie and the Banshes e dei Survivor. C'è tutta la Milano alternativa che piace tanto a Pisapia alla manifestazione. Un uomo seminudo vestito come un enorme bruco nero e rosso deciso a comunicare solo «a gesti e sesso» (come dice lui stesso) si fa fotografare da un gruppo di arabi, forse senza sapere forse che, al loro paese, uno come lui non verrebbe mai tollerato. Due trans sfoggiano l'abito a pois di Minnie e svolazzano qua e là. Poi ci sono i ragazzi dai capelli rasta dei centri sociali, le sciure in bici che portano le bandiere arcobaleno dell'Arcigay, le coppie di donne che si tengono ostentatamente per mano, i giovani muscolosi che ballano in boxer del «the Farm Milano», i tamburi del gruppo afro brasiliano Mitoka Samba e persino una cagnolina con una pettorina dal messaggio molto chiaro: «fiera delle mie mamme».
La voce di Raffaella Carrà tuona nell'aria, tra via Settembrini e via Doria, mentre un travestito confessa a un'amica, indicando un conoscente: «Lo vedi? Si è rifatto il petto». Il titolare di un negozio di ottica, che comprende al volo che le due non parlano di pollo, fa notare alla moglie i poliziotti dell'ordine pubblico e sospira: «Gli unici uomini rimasti...».
La gioia e l'orgoglio gay, però, non si fanno però certo scoraggiare da questi commenti omofobi e tipici di chi ha vedute ristrette. «Vorrebbero essere tutti come noi» sghignazza sorridente una statua della Libertà con un faccione verde. E infatti, in corso Buenos Aires, i partecipanti al corteo vengono fotografati come dive dalle migliaia di telefonini utilizzati dalla folla pre saldi del sabato pomeriggio che abbandona i negozi per salutare il carro festante. Mentre gli assessori Maran e Majorino, tanto per mostrare che non sono meno empatici del sindaco, si fanno fotografare con sorrisi improbabili tra trans e gay in delirio.
Borchie, pizzi, parrucche, tacchi, vernice. A arginare l'orgoglio gay e i suoi fans danno una mano anche i City Angels. «Siamo orgogliosi di essere noi stessi» chiosano dal palco gli organizzatori. E l'ultimo smack è per il loro Giuliano, of course.