L'utopia di una casa (dignitosa) per tuttiil commento 2

di Luca Fazzo

Raramente un defunto avrà lasciato così pochi rimpianti. Sparisce l'Aler, che un tempo si chiamava Iacp. E con essa si affossa anche simbolicamente l'utopia di dare case decenti al proletariato urbano, tradottasi per cinquant'anni nella costruzione dissennata di quartieri ghetto, orrendamente progettati e orrendamente gestiti. Abitare in una casa Iacp, nella Milano di quegli anni, era un marchio che ti portavi addosso.
Dalle stecche di viale Lazio a Rozzano, a quelle milanesi di Ponte Lambro, fin su su in viale Fulvio Testi, i quartieri Iacp e poi Aler sembravano pensati apposta per dare libero sfogo al sadismo degli architetti. Solo il grande Gio Ponti, quando Amintore Fanfani nel 1949 varò il Piano Casa, ebbe l'orgoglio di tirarsi fuori dall'assalto alle commesse. Tutti gli altri grandi dell'architettura si lanciarono a progettare quartieri dove loro non avrebbero accettato di vivere neppure mezza giornata. Fu così che dallo studio Bbpr, che pure aveva prodotto il miracolo postbellico della Torre Velasca, nacque la bruttura di Gratosoglio. I loro colleghi non furono da meno.
D'altronde, a Milano sbarcavano a migliaia e migliaia, a ondate successive, gli italiani del sud destinati a fornire manodopera all'industria, e da qualche parte bisognava pur metterli a dormire. Bisognava costruire in fretta e spendendo poco: era forse inevitabile che finisse così, con enormi schiere di palazzoni da dieci e quindici piani, con le finestre grandi come francobolli e gli intonaci pronti a cascare dopo un paio d'anni. D'altronde gli affitti erano poco più che simbolici, e spesso e volentieri non venivano pagati. In contemporanea, la gestione politicizzata degli Iacp metteva a disposizione poltrone e quattrini per la casta ruspante di quegli anni.
Dentro, nei palazzoni, si consumavano drammi sociali e individuali. In via Cerkovo, a Quarto Oggiaro, scene da guerriglia urbana contrapponevano i legittimi assegnatari agli occupanti abusivi, spalleggiati dai collettivi dell'ultrasinistra. E furono i quartieri popolari il vero scenario dell'ecatombe dell'eroina. Si moriva di overdose anche nelle case del centro, è vero. Ma solo nei ghetti dello Iacp lo spaccio e la morte assunsero le dimensioni di massa.
Erano nati all'inizio del secolo scorso, gli Iacp, ma solo con il secondo dopoguerra erano divenuti una fabbrica di palazzi a ritmi industriali. Nel 1996, una riforma lessicalmente beffarda aveva cambiato nome: non più Iacp ma Aler, non più case popolari ma edilizia residenziale. Qualcosa cambiò, ma poco. Un po' di case vennero vendute, un'altra parte venne ristrutturata, altre lo saranno. Non è detto che la sinergia Comune-Regione che ora si occuperà di mandare avanti l'esistente faccia di meglio. Ma per quanto male si comportino i nuovi manager, difficilmente eguaglieranno nell'immaginario collettivo la cupa immagine che - aldilà delle sue colpe reali - l'istituto delle case popolari ha incarnato nella città del boom economico e dello sboom successivo.