«Macché crisi, cinesi come i pugliesi»

«Ogni due giorni sparisce un negozio». In sei mesi da inizio anno «hanno chiuso 429 esercizi e i nuovi iscritti al registro della Camera di commercio sono stati 337, il saldo è in negativo». Così a fine agosto il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli lanciava l'allarme sul Corriere della Sera: «La città sta perdendo pezzi della sua economia e della sua identità», perchè «in moltissimi casi chiudono negozi con una storia alle spalle, lasciando il posto ad altri meno radicati e che spesso non riescono a sopravvivere». La visione dell'assessore comunale al Commercio Franco D'Alfonso? «Il commercio è in crescita, il numero delle licenze è aumentato». E se a sostituire le botteghe storiche sono i cinesi che stanno aperti anche la domenica, venendo incontro a una città ha cambiando ritmo, è perchè i milanesi non hanno saputo rinnovarsi. É il senso dell'intervento pubblicato ieri sul settimanale Arcipelagomilano.it. Parte da lontano, da una città «non è mai stata monoculturale» e questo l'ha resa la piazza più ricca d'Italia». Ricorda l'ondata dei pugliesi negli anni '50, che aprivano le trattorie popolari (i «trani») che «si distinguevano dalle vecchie osterie milanesi di cui si cominciò subito ad avere nostalgia». Lo prende come «il tipico esempio di come si affronta ogni discorso sul commercio a Milano: si va per abitudine o tradizione, se il lattaio che è lì da 50 anni lascia il posto a un negozio di telefoni, magari gestito da cinesi, si legge che il commercio “cade in mano” agli extracomunitari». Si selezionano dati «generalmente veri a seconda della tesi che si vuole sostenere, umanissima tentazione dalla quale dovrebbero però rifuggire gli addetti ai lavori». Il riferimento a Sangalli è sottinteso. Assicura che i negozi «sono in crescita costante con un saldo positivo da molti mesi». Aprono solo gli extracomunitari? «I numeri non dicono questo: gli esercizi sono passati nel 2013 da 41.600 a 42.400. Sono effettivamente calate le iscrizioni alla Camera di commercio, da 17mila a 12mila: non è la cessazione di attività ma la concentrazione di impresa. Il numero di licenze è in salita». Sui cinesi sottolinea che da anni sono usciti «con successo da Sarpi (saranno mica i nuovi pugliesi del commercio?)» e sono «il 10-15% delle gestioni straniere. Nessuna “invasione” anche se alcuni usi e costumi, soprattutto relativi al passaggio di denaro» sono monitorati dalle autorità. Ma insiste: la città non ha più l'orologio «caricato da fabbriche e Carosello, l'agosto tutti al mare. I tempi di lavoro e vita sono diversi, la domenica è diventata» clou per le vendite. Senza la «protezione dei divieti orari» le botteghe non ce la fanno mentre «sono proprio gli stranieri a tenere in vita la vecchia formula dell'aumento di ore di lavoro pro-capite».
Per il capogruppo di Fdi Riccardo De Corato è «incredibile che proprio l'assessore al Commercio neghi la crisi del settore, è un susseguirsi di serrande abbassate e le tasse folli del Comune hanno inferto il colpo di grazia. Servono misure straordinarie, la prima potrebbe essere sostituire D'Alfonso. Per lui «i negozianti piangono sempre, chi chiude è perchè non si sa innovare, i cinesi sono i nuovi pugliesi, i negozi non sono calati. Va tutto benissimo».