Macchinetta del caffè e libri di Wilbur Smith Ecco i nuovi missionari

Silvia e Giacomo, 30 e 36 anni, lasciano casa e lavoro per il Perù: «Ma non diteci bravi»

Sabrina Cottone

La valigia non è ancora pronta ma non vuol dire che sia vuota. «Abbiamo messo la caffettiera» dice allegra Silvia Caglio, 30 anni, in partenza per il Perù con il marito, Giacomo Crespi, 36. «E poi qualche libro: certamente Wilbur Smith, che adoro. Mi porterò l'ultimo, Il leone d'oro. Poi un testo sullo sviluppo, per la mia seconda laurea, in Cooperazione internazionale. Se c'è una cosa che mi dispiace è dover lasciare i libri in Italia, perché pesano e ingombrano in viaggio». E il viaggio della famiglia Crespi, checché ne dicano loro, non è una vacanza.

Giacomo e Sivia, sposati da quattro anni e mezzo, educatore lui e archeologa lei, sono due dei sette missionari che ieri hanno ricevuto il mandato dal cardinale Angelo Scola durante la Veglia in Duomo. Con loro altre quattro laiche e un sacerdote di 75 anni.

Coppie di sposi che vanno in missione ce ne sono, ma loro non sono giovanissimi, spinti dalla spensierata incoscienza di un futuro tutto da costruire, né da una quiescenza libera da vincoli. Silvia e Giacomo lasciano un lavoro, anzi due, una casa, famiglia e amici. «La nostra è una storia normalissima - racconta lei -. Tutti ci dicono: che bravi, che coraggio, ma noi storciamo il naso, perché per noi significa solo seguire quel che sentiamo: andare tra gli ultimi, nelle periferie del mondo, come famiglia».

Si sono conosciuti che Silvia aveva 20 anni e Giacomo 26, al Barabba's Clown di Arese, a dispetto del nome una casa d'accoglienza per giovani: lui lavorava e lei era lì come volontaria. Condividere desideri e progetti, innamorarsi, sposarsi e partire è stato un velocissimo tutt'uno. «Siamo andati in missione un mese, non c'è bastato, e allora un anno, poi tre». Hanno già trascorso dodici mesi interi in Rwanda. «Adesso chissà come finirà».

Silvia lavora, anzi lavorava, al Museo archeologico di Como. Ha lasciato per andare in Perù, così come Giacomo. «Ci mancheranno famiglia e amici. Le comodità non ci preoccupano. Non siamo sempre stati così. In Rwanda ci siamo accorti che anche senza lavastoviglie, lavatrice e acqua calda si vive benissimo, anzi quasi meglio perché non ci sono le distrazioni che ci sono qua. Qui è difficile vivere una vita serena, essenziale. Troppe tentazioni...».

Vuol dire che è una scelta per la felicità personale e non solo per gli altri? «È per far stare bene noi come famiglia. Non andiamo a salvare nessuno, ma a condividere un pezzo di strada. Anzi, addirittura credo che siano i poveri, gli ultimi, gli abbandonati da tutti che hanno da insegnarci l'essenzialità e il valore delle relazioni». Non teme la retorica? Crede che i poveri siano felici di essere poveri? «No! La povertà materiale è da combattere ed è quel che andiamo a fare ma non possiamo imporre lo sviluppo, solo condividere la quotidianità. Ma non è che per forza bisogna partire. Tanta gente è in missione anche qua. A volte è ancora più difficile».