Il Majorino «moderato» fa il duro solo col Pd: «Senza primarie la fine»

L'assessore al Sociale (ed ex capogruppo dei Ds) archivia il rosso e chiama «amici» gli ex compagni Però avverte Renzi: «Siamo adulti, scegliamo noi»

Cita proprio tutti, star di Hollywood e grandi banchieri. E i compagni li chiama tutti «amici». Pierfrancesco Majorino ci sta provando, sul serio. Si presenta al Teatro Litta con capelli corti, camicia azzurra, giacca e cravatta blu. Il discorso della sua discesa in campo lo legge. Ed è legnosetto. Poi arrotola le maniche. Lui che da baby segretario cittadino dei Ds è cresciuto a pane e politica, assemblee e bandiere, relega il rosso a una righina esile esile sul podio, quella col suo nome. Ma fa scomparire simboli e parole d'ordine. Usa la metafora della partita di calcio e l'icona del pallone. Tenta di coinvolgere, allargare, rassicurare.

Per lanciare la sua candidatura a sindaco chiama a raccolta i suoi proprio dove partì l'avventura di Giuliano Pisapia. E alla fine arrivano in tanti, tutti, tranne Pisapia. Il sindaco vuole restare super partes, forse è anche memore del sostegno che «Pier» dette a Stefano Boeri e non a lui alle primarie del 2010. Anche per questo Majorino deve iniziare con un «mea culpa»: «In tanti - dice - stupidamente guardammo Pisapia dall'alto in basso». Oggi il suo tentativo è accreditarsi come il più autentico continuatore dell'era arancione. Ma riuscire a riprodurre l'exploit politico-elettorale di «Giuliano» con un profilo tutto politico (e meno nuovo) com'è il suo, questa non sarà un'impresa facile. «Continuità del cambiamento» è questa la formula che usa, contrapposta al «ritorno al peggiore passato», che vede incarnato nella Lega, cui rivolge pensieri polemici sì, ma meno astiosi di altre volte.

Tanto per escludere un'altra volta possibili accordi con Ncd, definisce Angelino Alfano «ministro pasticcione». A parte questo si mostra ecumenico, sereno. È a un passo dal «ma anche» di Walter Veltroni. Cita Piero Bassetti e Ron Howard, l'ex Richie Cunningham di «Happy Days», quanto di più «pop» si possa immaginare. Si ferma, scandisce il nome allargando le braccia come a dire: ragazzi, abbiate pazienza, più di così che devo fare? In platea lo ascoltano i segretari del Pd, i consiglieri comunali e di zona, sostenitori, colleghi di giunta, rivali di corrente e anche concorrenti alle primarie, come Emanuele Fiano, il deputato democratico già in campo da una settimana. Si marcano con fair play i due. E sembrano alleati: l'impressione è che l'avversario vero sia, per entrambi, il partito renziano che sta a Roma e sulle primarie nicchia, frena, mostrando di preferire un'investitura diretta, dall'alto, pilotata. Ecco su questo, solo su questo, Majorino fa la faccia feroce: «Primarie senza se e senza ma - avverte - Per me se non ci sono le primarie a Milano non c'è più il centrosinistra. Siamo abbastanza adulti per decidere da soli il candidato più adatto». Un avvertimento niente male. È il cuore del suo discorso politico, quello che scalda la platea e farà partire discussioni e polemiche.