Dal mal di schiena alla sedia a rotelle: a processo 4 medici

Sembrava una cosa da poco. Un'ernia. Un piccolo intervento e il problema è risolto. L'operazione, invece, è l'inizio di un calvario. Accade a una donna di 40, che nel 2008 si presenta alla Santa Rita - quella diventata tragicamente famosa come la «clinica degli orrori» - per un mal di schiena cronico. Ne uscirà con un «permanente indebolimento dell'organo del sostegno assile e della locomozione». Ovvero, prima camminando con un bastone. Poi finendo su una sedia a rotelle.
Così il pm Ferdinando Esposito ha firmato il decreto di citazione diretta a giudizio per quattro medici della clinica, con l'accusa di cooperazione in lesioni personali colpose gravissime, mentre ha chiesto l'archiviazione per due anestesisti e un fisioterapista. Nei guai, dunque, finiscè quella che all'epoca costituiva l'équipe dell'unità operativa di Neurochirurgia della Santa Rita (oggi «Città Studi»). Perché, secondo il pm, i medici hanno mentito alla paziente (la sua non era una lombalgia per un'ernia, ma per la «presenza pregressa di due dischi non funzionanti nella colonna vertebrale», e le probabilità di riuscita completa dell'intervento erano del 70-75%), quando per tentare di controllare il dolore - sotiene l'accusa - avrebbero dovuto scegliere una terapia più conservativa. Risultato: dopo una prima operazione, E. S. ha subito altri due interventi che invece di ridurle il dolore l'hanno costretta a muoversi con l'aiuto del bastone o della carrozzina.
L'inchiesta è partita dalla denuncia della paziente. In base a quanto ricostruito dalla Procura, all'esito di una consulenza tecnica, i chirurghi hanno presentato alla donna «un consenso informato lacunoso nelle indicazioni ed espresso in modo non chiaro che ebbe a limitare fortemente la capacità di autodeterminazione della paziente nella valutazione del trattamento sanitario da effettuarsi». «A fronte della patologia che le era stata rappresentata di “lombalgia cronicaresistente e discopatie lombari multiple” - insiste l'accusa -, il consenso informato presentato alla paziente non poteva essere quello dell'ernia discale semplice. Quindi l'hanno operata una prima volta il 4 giugno 2008 per asportarle un disco intervertebrale lombare a cui era stata diagnosticata un'ernia. Quaranta minuti di intervento che, secondo i periti hanno aumentato il malessere estendendo il dolore anche alla gamba sinistra.
E così, il successivo 4 novembre, i medici hanno proceduto a una seconda operazione, con la stessa diagnosi di ernia e la stessa indicazione terapeutica di asportazione del disco. Con il risultato di provocarle nuovo dolore, mal di testa, vertigini e gonfiore lungo tutta la ferita. Tre settimane dopo, il 25 novembre, un terzo intervento. Un lungo tunnel alla fine del quale la donna ha dovuto quasi rinunciare a camminare, lasciando il lavoro ed entrando in depressione.