Malpensa, gli strani atterraggi dei vip

Dalle casse di cibo che viaggiano con il presidente russo Vladimir Putin ai cecchini per proteggere le autorità israeliane

Solo in giugno sono stati una ventina i capi di Stato sbarcati allo scalo di Malpensa per raggiungere l'area di Expo, più alcune decine di capi di governo e di ministri di molti Paesi. In aeroporto i passeggeri «comuni» non se ne accorgono perché tutto avviene nella più assoluta riservatezza. Al massimo, per qualche istante possono «saltare» le comunicazioni dei cellulari, cade la linea, si richiama; sembra semplicemente una piccola inefficienza telefonica, ci siamo abituati, e invece si tratta di un mini black-out provocato da altri tipi di comunicazioni, quelle effettuate dagli apparati di sicurezza. Se i reali del Nord Europa viaggiano in tutta semplicità, quasi come turisti comuni, quando si muovono personaggi del calibro del presidente russo Vladimir Putin o della first lady americana Michelle Obama - che pure capo di Stato non è - il lavoro visibile (e soprattutto invisibile) degli apparati va ben oltre l'immaginazione.

L'arrivo di Putin (ben tre volte a Milano negli ultimi anni) è sempre un evento delicato, i cui dettagli restano segreti fino all'ultimo; orari e modalità spesso vengono cambiati più volte nei giorni precedenti, proprio per depistare qualunque eventuale indiscrezione. Il premier russo si muove con sei aerei. Quattro arrivano uno, due giorni prima: portano le auto blindate che serviranno negli spostamenti, perfettamente «sterili» rispetto a qualunque inquinamento elettronico, armate, collaudate, sicure; portano poi gli uomini al servizio della trasferta, chi deve fare i sopralluoghi, chi deve predisporre la sicurezza. Arrivano anche le casse con il cibo, perché mangiare è uno dei più grandi atti di fiducia e un potenziale bersaglio sensibile non se lo può permettere. Con l'Ilyushin di Stato ne arriva un altro, gemello, per confondere le idee: il premier su quale sarà? Con Putin, poi, decine e decine di persone dello staff, guardie del corpo, esponenti del corpo diplomatico.

Michelle Obama è arrivata sull'«Air Force Two», un Boeing C 32, variante del 757, secondo per importanza solo all'«One», il Jumbo del marito-presidente. Sebbene la sua fosse una visita privata, insieme a mamma e figlie, la catena di sicurezza che protegge la first lady è sempre poderosa. Anche in questo caso le auto blindate sono arrivate prima, con un cargo, e anche in questo caso il seguito di persone e di personale è una folla.

Gli aerei «sensibili» non attraccano ai finger, ovviamente. Vengono parcheggiati al riparo da occhi curiosi, sui piazzali, e lo scopo è quello di tenerli vicini a cancelli e possibili vie di fuga; sia per far accedere più in fretta il corteo all'autostrada, sia per consentire un'evacuazione istantanea, nel caso ce ne fosse mai bisogno. Quello che i passeggeri possono invece vedere sono gli elicotteri che precedono l'atterraggio di un aereo di Stato e i cecchini che, a decine, sparsi ovunque, armi al braccio, tengono sott'occhio vigile ogni situazione. Elicotteri e cecchini, del resto, sono la norma quotidiana a Malpensa per i voli della compagnia israeliana ElAl, tra i più delicati sotto l'aspetto della sicurezza.

All'arrivo dell'aereo di Stato scattano i protocolli del cerimoniale italiano, che prevedono il tappeto rosso, i carabinieri in alta uniforme, autorità. Ma c'è anche un protocollo aereo non scritto. Se il presidente del consiglio italiano Matteo Renzi è in arrivo per accogliere un ospite straniero, il suo aereo deve arrivare prima, sarebbe impensabile il contrario. Così la torre di controllo vigila sui tempi e, se necessario, mette in attesa l'aereo dell'ospite con giri a vuoto nei cieli di Lombardia.